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La più banale delle inquadrature prevede uno scatto alla città di Tharros, che se non fosse per le due colonne che svettano, avrebbe il fascino di una cava dismessa, tanto è poco quello che rimane di distinguibile della sua struttura originaria.
Le due colonne peraltro non sono originali, ma sono state costruite per sostenere i capitelli, quelli sì autentici, continuamente preda delle mani avide e distruttive dei turisti che li scambiavano per dei gratta-e-vinci. Ma grattando via il fregio di uno di questi reperti non vinci nulla, peccato per chi lo realizza dopo averlo fatto.
Attualmente la zona archeologica è gestita con un certo criterio da una cooperativa del posto che la tutela con attenzione, cosa un pò ironica, ora che da tutelare non è rimasto molto. Infatti, se non si viene accompagnati da una delle guide, non si capisce assolutamente nulla di quello che si vede, tanto è incerta la logistica della città fantasma. Molti di questi massi squadrati sono divenuti gradini di porte di ingresso, pietre per sedersi lungo le stradine dei paesi vicini, fioriere pittoresche. Non me la sento di dire che mi dispiace, onestamente. Li trovo assai meglio utilizzati che lasciati a cuocere al sole sotto gli occhi porcini e i cappelli di cotone bianco dei pensionati stoici che cercano troppo tardi lo status di "turista di cultura".
Se poi non si hanno di quelle fisime e ci si accontenta ignorantemente di vedere lo straordinario paesaggio, di immaginare la vita che scorreva qui venticinque secoli fa, qualunque fosse, di rimirare le due torri aragonesi che si stagliano su punti diversi dell'istmo o i papaveri che bivaccano transitoriamente tra i sassi, allora si possono anche risparmiare i soldi della guida.
Che sensazione mai si può provare a far canoa ai piedi di una città fantasma?
Pagaiare con l'arenaria di duemilacinquecento anni fa che ti scorre accanto, incrostata di papaveri e margherite, infilata nell'acqua di vetro che non è mai veramente fredda. Questa è la primavera, sul serio.
La cosa che mi spaventa di Tharros non è quello che si vede. E' tutto il resto, il mondo silenzioso sotto la sabbia che nessuno scavo tirerà mai fuori perchè ci abbiamo costruito sopra senza saperlo. Le pietre che non vedo parlano più di quelle a vista. Cosa dicano però non lo so.
Fenici, Punici, Romani, Aragonesi.
La storia si è seduta su queste rive.