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La foto in alto non è mia. Le seguenti sì.
I fenicotteri rosa non sono una particolarità di Cabras, nonostante gli abitanti ne siano in gran parte convinti. In realtà in Sardegna il fenicottero rosa sverna in almeno cinque località (Cabras, Santa Giusta, Putzu Idu, Posada e Molentargius) e nidifica sicuramente almeno in due, nessuna delle quali è lo stagno di Cabras.
Non è nemmeno il posto in cui si vedono meglio; è molto raro trovarli vicino alla riva, evento invece pressochè costante a Molentargius, lungo tutto il lato destro della trafficatissima strada che collega Cagliari a Pula. I fenicotteri cagliaritani non hanno paura di niente nonostante le macchine e i mezzi pesanti li sfiorino a tutte le ore del giorno; i nostri invece sono guardinghi anche nella solitudine del Sinis, non tollerano la minima confidenza.
La colorazione rosa dicono sia dovuta alla dieta, costituita da un certo gamberetto rosato. In realtà la spiegazione mi convince solo in parte, perchè questi fenicotteri - a differenza di quelli della Florida - non sono uniformente rosa, ma solo sotto le ali e nelle zampe. Se fosse vero che la cosa dipende dalla dieta, perchè non sono tutti rosa? E il nero a quale parte della dieta è attribuibile?
Un'altra cosa che non mi convince è il nome antico che viene attribuito in sardo ai fenicotteri. Parrebbe essere "gent'arrubia", gente rossa. A Cabras però mi risulta che siano sempre stati chiamati "mangonis", nome molto meno poetico, diventato - per estensione del senso - sinonimo generico di creatura dalle lunghe estremità, anche quando si tratta di umani.

In passato erano cacciati, ma non venivano mangiati.
In qualche casa può capitare di vederne qualcuno impagliato ornare lugubremente il salotto buono, sempre per lo stesso ragionamento fatto a proposito di Su Tingiosu, ovvero che le cose belle sono tali specialmente quando sono di mia proprietà.
Se si ha la fortuna di scorgerli a pochi metri dalla riva è sempre prudente accostarsi molto lentamente, senza movimenti bruschi, e mai in nessun caso lanciare sassi o altri oggetti verso lo stagno con la speranza di suscitare un volo da fotografare. Infatti il fenicottero ha necessità di un minimo di rincorsa per spiccare il volo. Ma se viene spaventato si raggruppa con i compagni in maniera convulsa e disordinata, rischiando fratture ai fragilissimi arti inferiori.
La morte di un fenicottero ferito è uno spettacolo che non fa parte del corso naturale delle cose.

Queste foto, scattate all'orario di luce peggiore, sono un poco riuscito tentativo di riprenderli senza che se ne accorgano. Illusa più che mai: mi hanno fiutata da centinaia di metri, muovendosi furtivi verso il centro della laguna.

I ponti a Cabras sono numerosissimi. Non capisco perchè non lo chiamino il paese dei ponti.
Ci sono molti nomi per distinguerli, i ponti di questa foto si chiamano con un diminutivo: "i ponticelli".
Sono sicuramente il punto da cui si gode la vista migliore dei canali e delle specie ornitologiche che li popolano, ma la loro conformazione li designa come luoghi di transito, non come dei belvedere.
Sostanzialmente sono quindi dei "non luoghi", posti dove non si va, ma che si usano per andare altrove.
Si parla tanto male dei non luoghi: le stazioni, i centri commerciali, gli aereoporti...
Se ne parla come della nuova dimensione della solitudine umana, i posti dove l'essere soli si mischia alla circostanza di essere in tanti.
Da questo punto di vista, questi ponti sono dei "non luoghi" atipici, non ci sono le folle a farti sentire più solo.
Al contrario, ci vai convinto di essere solo e fai gli incontri più strampalati, con flora in tripudio, con fauna sfrontata o con quella specie in via di estinzione che è il turista attento, quello che sa cogliere l'importanza di uno scorcio che non figura su nessuna guida, nè figurerà.
E' uno spazio di transito che può rendere la partenza e l'arrivo piuttosto relativi.

foto di due sabbie diverse: la prima è il quarzo di Is Arutas, la seconda è quella fatta tutta di conchiglie sulla riva dello stagno.

La sabbia di ogni spiaggia del Sinis è diversa, per colore, consistenza e composizione. Alcune sono sottili come polvere grigia e lucente, micronizzate dal tempo e dal logorio dei grani. Altre sono rossicce, argillose, che non si asciugano mai. Altre ancora sono preziose, di quarzi colorati, sempre fredde.

Qualcuno mi ha fatto notare che i cormorani, nella versione precedente di questa foto, si vedevano poco.
Ecco un ingrandimento del dettaglio, che dettaglio non è affatto.
Sembrano una fila di suorine che vanno a prendere la comunione.
Non lo so perchè mi inquietano gli animali che si organizzano in gruppi.
Mi viene da pensare che non sia poi così scontata la questione delle cose fatte per istinto.
Sarà pure vero, ma a me questa squadriglia di lottatori alati mi fa pensare a qualcosa di studiato, di coordinato.

Ci sono scorci dello stagno che sono assolutamente cinematografici. Una sequenza di fotogrammi a cui manca solo la trama per diventare un film.
O forse no.
Forse la trama sono proprio le immagini, oggetti e paesaggi che hanno una storia loro, basta saperla leggere.
Prendiamo questo ponte...
Visto così non ha senso.
L'acqua è talmente bassa che nessuna barca potrebbe avvicinarsi senza raschiare la chiglia.
E dunque cosa aveva in mente chi lo ha costruito? Quale utilità, quale scopo ha motivato lo sforzo?
Non lo so.
Ma so perchè lo avrei fatto io.
L'ho capito stando all'estremo, senza voltarmi verso la terra.
Immagino che dipenda dal fatto che ho una venerazione personale per le cose apparentemente inutili. Trovo sublime che qualcuno utilizzi energie per qualcosa di non funzionale, per obbedire a un bisogno non elementare. Per esempio sentirsi circondati di acqua, senza la copertura mentale di avere i piedi sulla terraferma. Questo ponte è una carezza furtiva fatta a una donna che fa finta di dormire.
E' la capacità di investire passione in cose apparentemente inutili che segna il confine tra lo spirituale e il materiale, tra l'uomo e quello che umano non è.

Il punto da cui ho scattato questa foto si chiama Scaiu ed è una piccola spiaggia di rimessa delle barche dei pescatori.
C'è un motivo per cui le barche sono tutte identiche e numerate. Il libero professionista nello stagno non esiste. I pescatori sono tutti affiliati a cooperative che gestiscono la pesca in modo più razionale e produttivo rispetto al passato.
Ecco perchè le barche non hanno i nomi pittoreschi delle mogli e delle fidanzate che si possono vedere nei porticcioli di chi pesca in mare aperto. Questo non finisce mai di stupirmi, perchè il cooperativismo nella economia primaria in Sardegna è un fenomeno rarissimo.
Ma i pescatori dello stagno di Cabras sono passati attraverso lunghissime lotte con la regione per ottenere il pieno controllo di questa risorsa, lotte che hanno loro permesso di maturare una coscienza comune, una consapevolezza di sè stessi come categoria.
Ed è da questa esperienza di sofferenza collettiva che hanno compreso il valore della parola "noi".
Ecco perchè, per quanto sembri una perdita agli occhi di chi si aspetta l'individualismo cromatico delle barchette personalizzate, a me questa monocromia appare come un valore, una conquista rara.

Peccato che in questa dimensione la foto non mostri che razza di organizzato esercito famelico siano i cormorani!
Sotto questo ponte di legno passa uno dei canali a mare dove il pesce transita più abbondante.
Lungo tutta la linea del ponte gli uccelli si schierano pronti al tuffo. Sono belli da vedere, lo ammetto.
I pescatori ovviamente non la pensano così. In questo punto preciso ogni giorno spariscono quintali di pesce maturo per la pesca.
La catena alimentare è un meccanismo molto sottovalutato.

La Chiesa di Santa Maria sembra una trovata pubblicitaria.
In tutti i paesi c'è una chiesa e di solito è anche l'edificio più alto e visibile, perchè in Sardegna i palazzi con più di due piani esistono solo nei capoluoghi di provincia.
Però a Cabras la Chiesa è stata collocata in modo estremamente scenografico, sulla linea dello stagno, caratterizzando il profilo del paese in un modo assolutamente univoco.
E' di uno stile incerto, con vari rifacimenti non tutti felici, tra i quali l'orrida facciata di gusto fascisteggiante.
Ma la parte vecchia, il cupolone che domina la riva dello stagno, ha il fascino massiccio del romanico.
Dicono sorga dove Eleonora d'Arborea aveva il suo castello estivo.
Questa foto l'ho scattata in uno degli stagnetti interni alla costa, prima che lo recintassero per farci dell'ittioturismo. Gli uccelli acquatici che vivono su questi specchi d'acqua sono innumerevoli e si sentono padroni, non hanno paura di nulla.
Non sempre è una convivenza felice con i pescatori.
I cormorani sono per esempio un enorme danno per l'economia di Cabras. Ogni cormorano mangia fino a 11 kg di pesce al giorno. E ce ne sono migliaia. Un tempo i pescatori si difendevano, limitandone il numero con opportune battute di caccia. Lo scopo è puramente difensivo, la carne di cormorano è più immangiabile del cartone.
Adesso difendersi sparando agli uccelli è vietato, quindi i cormorani si sono moltiplicati a dismisura, non avendo predatori a loro superiori.
A volte sorrido di queste associazioni animaliste che ucciderebbero un uomo, se solo osasse far del male a una mosca.
Il senso delle proporzioni è più in estinzione di molte specie animali.
Cabras per me è più affascinante persino dei suoi incantevoli dintorni. Ha la seduzione del borgo marinaro fermo a cento anni fa, quel genere di paesaggio che vai a cercare con gli occhi proprio perchè non è mai cambiato.
A Cabras ne sono cambiate di cose in trent'anni. Ma la riva dello stagno è sempre il posto magico dove giocavo da bambina.
Se cammini sulla riva dello stagno ti rendi conto che la sabbia che i tuoi piedi calpestano è fatta di mille frammenti di conchiglia.
Un cimitero di madreperla sotto le scarpe.
Dicono sia lo stagno più grande d'Europa, con le sue 2000 are di estensione. Non ho mai misurato e non mi importa, non so perchè la gente deve sempre descrivere le cose con i numeri per poter dire di conoscerle. Quanto pesi, quanti anni hai, quanto sei alto.
Lo stagno è una cosa viva, descriverlo in numeri è un affronto alla sua anima profonda. Ha un canale a mare che i cabraresi chiamano "lo scolmatore", perchè un tempo serviva a farne defluire le acque che debordavano. Adesso impedisce allo stagno di morire, come una flebo costante.
La sua natura salmastra, meticcia, è un incontro tra due mondi d'acqua totalmente diversi, il mare e l'acqua chiusa. Per questo, se davvero questo posto ha un'anima, è quella di un bastardo. E' un ecosistema senza uguali. Ci crescono specie che mai in uno stagno normale potrebbero campare. Per esempio i muggini, variante locale del pessimo cefalo dell'adriatico, che qui diventano un pesce pregiato, dalle caratteristiche del tutto originali.
Il Comune lo ha scelto per simbolo. Qui lo si chiama "pisci e'iscatta", pesce squamoso.
Come se gli altri non avessero le squame.