Un viaggio fotografico in uno dei posti più selvaggi d'Italia.

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martedì, 07 marzo 2006

 

pescatore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La pesca del riccio è una tradizione troppo radicata perchè le ansie animaliste (giustissime in questo caso) vengano degnate di interesse.
Non è affatto raro vedere uomini in scafandri artigianali muoversi lentamente sulle rive rocciose, trascinando contenitori dal fondo di vetro che permettono di vedere nitidamente i nascondigli degli echinodermi.

Purtroppo chi fa questo mestiere (o anche chi viene la domenica a farsi una mangiata in spiaggia) dimentica con troppa facilità che la polpa del riccio non è la carne dell'animale. Sono uova.
La pesca indiscriminata degli ultimi anni ne ha ridotto il numero fino a costringere le autorità a imporre limiti al numero di ricci pescati. Limiti continuamente disattesi, perchè comunque non c'è alcun controllo.

E' vero che se hai mangiato anche una sola volta un riccio crudo sulla riva del mare, appena pescato, è difficile fermarsi a pescarne dodici.
Le linguette rosso vivo o crema chiaro che si staccano con il cucchiaino hanno la consistenza del burro e il loro sapore, dolce e intenso, fa un contrasto ineguagliabile con l'acqua salata di cui sono ancora intrise.  Per me è un cibo rituale, un pasto della memoria, come mangiare l'agnello a pasqua.

Ma non credo che sia questa degustazione domenicale a porre a rischio di estinzione i ricci. La si è sempre fatta, da secoli.
Non posso fare a meno di domandarmi invece da dove vengano le uova di riccio commercializzate nei supermercati, se non dalla pesca di frodo di migliaia di pescatori che conferiscono poi alla ditta etichettatrice. I ricci infatti non si possono allevare, si riproducono solo allo stato selvaggio.

Sono ermafroditi, dice la scienza.
I cabraresi invece li distinguono benissimo: "su mascu", il maschio, è vuoto.

 

 

Postato da: Grienne a 11:03 | link | commenti
sardegna, cabras, is arutas, ricci di mare

scogliera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adoro il colore di questo mare. Ne avrà almeno sei diversi, che cambiano a seconda delle condizioni atmosferiche.
Riflette il cielo, dicono. Ma il cielo non è verde. E non è neanche così blu.

Riflette qualche altra cosa. Non ho ancora scoperto cosa, però.
Cosa può essere che fa diventare il mare colore dello smeraldo e dello zaffiro?
Scoprirlo è una di quelle cose che possono dare un senso al risveglio, la mattina.

Postato da: Grienne a 10:36 | link | commenti
sardegna, san giovanni, oristano, area marina protetta, cabras, is arutas, sinis

giovedì, 02 marzo 2006

Questa l'ho scattata un mese fa, in pieno gennaio 2006. E' Is Arutas.

E' una paleo-spiaggia.

Tradotto significa che la sabbia che vedi non si riformerà, perchè le rocce da cui si è generata migliaia di anni fa non esistono più. Ecco perchè portare via anche un solo bicchiere di sabbia da qui è un reato penale.

Mi da un senso terribile di non ritorno, la voglia disperata di controllare che non me ne resti attaccato addosso nemmeno uno per sbaglio, sacrilegio. Non ci vengo mai in spiaggia qui, divento agressiva e paranoica verso i turisti superficiali che se ne lasciano cadere manciate nei costumi per sfuggire ai controlli dei vigili.

Tutti unici, questi granelli. Ma soprattutto sono tutti irripetibili. Un pò come le persone. Però - al contrario delle persone - non ne nascono più.
Avverto un rispetto profondo davanti a questi sassolini perfetti. Osservandoli capisco come sia possibile che si generino religioni per adorare elementi naturali.

La chiamano la spiaggia dei chicchi di riso, con una espressione senza fantasia.
I chicchi di riso sono tutti bianchi e uguali.
Questi grani di quarzo sono tutti diversi l'uno dall'altro: quarzo rosa, quarzo verde, quarzo giallino, quarzo grigio di tante sfumature...
Chiunque sia l'artefice, aveva più fantasia del riso.

Ciascuno di questi granelli è la memoria di una montagna, il testamento misterioso di un Dio di pietra opalescente.

Per anni i signori della Costa Smeralda hanno portato via questa sabbia a quintali per creare le spiagge private delle loro ville sulle rive delle coste galluresi che, per legge di contrapasso, hanno tutto quel che si può desiderare da una costa tranne la sabbia.

Per prenderci il sole è un posto poco cauto. Riflette i raggi solari dimezzando i tempi di qualunque filtro solare.

Postato da: Grienne a 15:11 | link | commenti (1)
sardegna, area marina protetta, is arutas, quarzo