Un viaggio fotografico in uno dei posti più selvaggi d'Italia.

Michela

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sabato, 06 maggio 2006

colonne

La più banale delle inquadrature prevede uno scatto alla città di Tharros, che se non fosse per le due colonne che svettano, avrebbe il fascino di una cava dismessa, tanto è poco quello che rimane di distinguibile della sua struttura originaria.

Le due colonne peraltro non sono originali, ma sono state costruite per sostenere i capitelli, quelli sì autentici, continuamente preda delle mani avide e distruttive dei turisti che li scambiavano per dei gratta-e-vinci. Ma grattando via il fregio di uno di questi reperti non vinci nulla, peccato per chi lo realizza dopo averlo fatto.

Attualmente la zona archeologica è gestita con un certo criterio da una cooperativa del posto che la tutela con attenzione, cosa un pò ironica, ora che da tutelare non è rimasto molto. Infatti, se non si viene accompagnati da una delle guide, non si capisce assolutamente nulla di quello che si vede, tanto è incerta la logistica della città fantasma. Molti di questi massi squadrati sono divenuti gradini di porte di ingresso, pietre per sedersi lungo le stradine dei paesi vicini, fioriere pittoresche. Non me la sento di dire che mi dispiace, onestamente. Li trovo assai meglio utilizzati che lasciati a cuocere al sole sotto gli occhi porcini e i cappelli di cotone bianco dei pensionati stoici che cercano troppo tardi lo status di "turista di cultura".

Se poi non si hanno di quelle fisime e ci si accontenta ignorantemente di vedere lo straordinario paesaggio, di immaginare la vita che scorreva qui venticinque secoli fa, qualunque fosse, di rimirare le due torri aragonesi che si stagliano su punti diversi dell'istmo o i papaveri che bivaccano transitoriamente tra i sassi, allora si possono anche risparmiare i soldi della guida.

Postato da: Grienne a 03:23 | link | commenti (3)
san giovanni, tharros

lunedì, 01 maggio 2006

ormeTornando giù dal Capo, la Torre che prima si vedeva sullo stesso piano dello sguardo adesso torna alla sua prospettiva naturale, giganteggiando la spiaggia e anche te che ci passeggi.
Questa foto l'ho scattata al tramonto di un giorno d'estate.

La sabbia finissima reca le tracce dei mille piedi che l'hanno calpestata, ma l'indomani mattina sarà nuovamente seta in grani, pronta a farsi ancora imprimere.

La sabbia mi da il senso delle proporzioni. 
Mi illude con una malleabilità disprezzabile, fintamente sottomessa si lascia tracciare.
Ma quel segno così effimero sembra dirti che dopottutto non c'è nulla di così importante da meritare di durare più del tempo necessario a cancellarsi.
Hai passato la più bella giornata della tua vita qui? Il giorno peggiore? Il primo bacio? L'addio non previsto?
Bene.
Domani la sabbia non se ne ricorderà.

In un mondo in cui tutti spendono fortune in botulino per sembrare eterni, in cui si sbandiera l'aspettativa di vita come una conquista da portare sempre più avanti, la sabbia sembra dire che i cinque anni in più che vivrai o i dieci in meno che dimostrerai sono un compromesso da poveri.

Non è l'istante che ti regala l'eternità.
E' la consapevolezza che ne hai.

Senza quella consapevolezza, hai solo del tempo in più per essere effimero.
Come le orme sulla sabbia.

Postato da: Grienne a 18:32 | link | commenti (1)
san giovanni, capo san marco

acqua

Questa vista si gode facendo a piedi il giro di Capo San Marco, una passeggiata di circa due ore e mezzo.
Dopo mesi di lavoro passati a contare i minuti da farsi retribuire, trovo che "buttare" un pomeriggio a fare una passeggiata tanto lunga senza meta sia un atto di noncuranza quasi regale.
Una principesca spreconeria da silenzioso parvenu.
La vendetta del "tempo perso" su tutti i cartellini timbrati del mondo.
"Cosa hai fatto questo pomeriggio?"
"Mah... niente... camminato."
E tenetevi il segreto.



L'acqua è di una trasparenza tale che i sassi si distinguono uno a uno.
Un tempo questo posto era tutto zona militare, per via del Faro. E' pieno di fortini di appostamento, residuati bellici che si mischiano ai resti delle tombe puniche e alla prepotente macchia mediterranea che fa di tutte le Storie un eterno presente: il suo. Tutto è terra buona per crescerci.

Tra questi scogli un tempo erano numerose le granceole, crostacei prelibati in tutto simili ai mostri marini che una parte di te sa che da qualche parte devono esistere, insieme al mostro di lochness e al calamaro gigante. La zuppa di granceola è un piatto da re, ma oggi mangiarla può costare molto caro, prima di tutto al ristoratore. Infatti in questa zona, denominata "a protezione totale", è vietato persino fare il bagno, figurarsi pescare.
In sardo la granceola si chiama "craba manìa", capra marina, a causa delle escrescenze cornee sul carapace.

una granceola

Non chiedetela. Se ve la servono, molto probabilmente arriva da altri mari.
Il che non esclude che ve la passino comunque per nostrana per presentarvi un conto folkloristico.
Anche questo, ahimè, è Sardegna.

 

(la foto della granceola non è mia)

Postato da: Grienne a 16:52 | link | commenti
san giovanni, area marina protetta, macchia mediterranea, capo san marco

mercoledì, 08 marzo 2006

torre

Illuminata nella notte, mentre tutto il resto è al buio, la torre sembra sospesa in aria.
Non so perchè mi piace. Non ha una bella linea, è solo un cilindro di pietra con una smussatura in cima.
Ma quello che rappresenta è importante, non è nata per essere bella. E' nata per essere salda.

E' un baluardo, la sede simbolica di un occhio sempre aperto sul mare, guardingo sul nemico e protettivo sulla gente della costa.
Non fatico a immaginare la guardia battere furiosamente i tamburi al profilarsi sul mare di centinaia di navi dalle vele sconosciute.
I Janas lo cantano nei loro dischi e quando sento quelle parole è il mio cuore che si fa tamburo.

La gente di Cabras lavora con il mare, ma non si prende confidenze.
Ancestralmente, sappiamo che dal mare non viene solo il pesce.

In tutto il resto della Sardegna c'è un detto che sancisce che "a pregai a Crèsia", a pregare si va in Chiesa.
Lo si usa quando qualcuno fa il ritroso, si fa pregare appunto.

Ma a Cabras si dice: "a pregai a mari". E' al mare che si prega.
Espressione misteriosissima, che richiama molte immagini diverse.
La donna sulla riva che aspetta il ritorno del suo compagno uscito con l'illusione di una bonaccia duratura.
L'uomo che sulla barca invoca Dio perchè la notte non gli porti nella rete solo acqua e alghe.
La sentinella sulla torre che mormora alla vista dell'orizzonte incrostato di navi straniere.
L'ultimo pensiero sincero di chi tra le onde chiede di aver salva la vita.

 Il mare è un tempio.

Postato da: Grienne a 10:17 | link | commenti
san giovanni, janas, area marina protetta, sinis

martedì, 07 marzo 2006

dalponte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Costruire questi due ponti di legno lungo il braccio di stagno che costeggia la strada per San Giovanni è stato un colpo di genio.
Vedi Cabras da una prospettiva assolutamente inedita.
Farsi questa strana passeggiata è qualcosa a cui gli inglesi non sono ancora riusciti a dare un nome.
Non è bird watching, non è snorkelling, non è nessuna cosa che finisca in "ing".

E' un semplice contemplare.
Fa un gran bene.

Postato da: Grienne a 10:41 | link | commenti
san giovanni, cabras, sinis

scogliera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adoro il colore di questo mare. Ne avrà almeno sei diversi, che cambiano a seconda delle condizioni atmosferiche.
Riflette il cielo, dicono. Ma il cielo non è verde. E non è neanche così blu.

Riflette qualche altra cosa. Non ho ancora scoperto cosa, però.
Cosa può essere che fa diventare il mare colore dello smeraldo e dello zaffiro?
Scoprirlo è una di quelle cose che possono dare un senso al risveglio, la mattina.

Postato da: Grienne a 10:36 | link | commenti
sardegna, san giovanni, oristano, area marina protetta, cabras, is arutas, sinis

giovedì, 02 marzo 2006

Che sensazione mai si può provare a far canoa ai piedi di una città fantasma?

Pagaiare con l'arenaria di duemilacinquecento anni fa che ti scorre accanto, incrostata di papaveri e margherite, infilata nell'acqua di vetro che non è mai veramente fredda. Questa è la primavera, sul serio.

La cosa che mi spaventa di Tharros non è quello che si vede. E' tutto il resto, il mondo silenzioso sotto la sabbia che nessuno scavo tirerà mai fuori perchè ci abbiamo costruito sopra senza saperlo. Le pietre che non vedo parlano più di quelle a vista. Cosa dicano però non lo so.

Fenici, Punici, Romani, Aragonesi.

La storia si è seduta su queste rive.

 

Postato da: Grienne a 15:15 | link | commenti
san giovanni, tharros

Hai presente quei monumenti con il profilo talmente inconfondibile che poi diventano emblemi della città dove stanno?
Tipo la torre di Pisa, il colonnato di San Pietro, la Mole Antonelliana, il Duomo di Milano...

Ho sempre detestato la loro ingombranza, come se in posti come Roma ci fosse solo S.Pietro o non si potesse dire di aver visto Milano senza avere visitato il Duomo. Ci sono andata sei volte a Milano e mi sono sempre premurata di non andare al Duomo. E' la mia piccola rivincita sui simboli di pietra.

Però mi sciolgo quando vedo questo profilo, la torre di San Giovanni che domina Capo San Marco. Ci sono stagioni in cui la terra è verde come il muschio e altre in cui è secca come un tozzo di pane raffermo. Ma la linea della torre contro il cielo, puntata come un capezzolo turgido, ha sempre il potere di farmi sentire me stessa in ogni stagione. Chi ha detto che nella pietra non ci si può specchiare?

La prossima volta che vado a Milano ci vado, al Duomo.

Postato da: Grienne a 15:05 | link | commenti
san giovanni, area marina protetta, sinis

Questa l'ho scattata la primavera scorsa.

La capanna in sè è pittoresca, i turisti credono che le si costruisca apposta.
Invece sono gli ultimi resti di un mondo che viveva in funzione del suo mare, respirandone l'aria, toccandone la riva, aspettandone le maree.

La capanna in apparenza domina la scena con la sua fatiscente superbia. In cima alla duna di sabbia sembra una torre di canne, un castello d'erba.

Invece il vero protagonista della foto è quel manto ai suoi piedi nella duna in primo piano, un velluto di fiori minuscoli giallini e lilla, offensivi nella loro opulenza.

Crollerà la capanna, è sicuro.
Ma quei fiori questa primavera sono di nuovo lì.
Anche l'erba ha le sue maree.
 

 

Postato da: Grienne a 15:04 | link | commenti
san giovanni, area marina protetta, cabras, sinis, capanne

Questi gigli crescono direttamente sulla sabbia, delicati come vetro di murano.

Non lo so in quanti altri posti succede una cosa simile.

Voglio dire, le spiagge sono spiagge, cosa mai può germogliare sulla sabbia?
E' un materiale grandemente sopravvalutato, in fondo sono solo sassi piccoli. Invece è tra questi sassi che cresce questa specie delicatissima di lilium selvatico, profumata in modo indegno, che sfida la corrosiva salsedine uscendone vincitrice.

L'ho scattata che tramontava. Ad un certo punto ho avuto l'impressione che il giglio si mettesse in posa.
Magari non è vero, certo che no. Però diamine, sembrava proprio.

Dimenticavo.

A coglierli si becca una fior di multa.
Ma io non l'ho mai nemmeno desiderato. Questo fiore è così snob che mi si seccherebbe in mano  all'istante per puro senso di superiorità.

Postato da: Grienne a 14:57 | link | commenti
san giovanni, area marina protetta, cabras, macchia mediterranea