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Lungo la costa del Sinis ci sono diversi punti rocciosi che presentano una conformazione squadrata, evidentemente non naturale.
Erano cave di arenaria.
Sono affascinanti, perchè quando l'uomo le ha abbandonate dopo aver ridotto la roccia al livello del mare, il mare se le è riprese con forza.
I tagli della roccia sono diventati nidi di attinie, tane di ricci marini, dominio di granchi e della misteriosa flora che fa della roccia il suo terreno di coltura.
Da bambina ci giocavo per ore, mia madre trovava che fosse meno pericoloso dell'acqua alta.
Non direi.
Un bambino si può perdere facilmente nel mondo segreto di queste cave, diventando padrone di regni invisibili agli adulti, fatti di mostri marini e di piantine urticanti, di granchi giganti che mordono le dita e di pesci troppo rapidi per diventare davvero tuoi.
Rivoglio la mia cava.

La pesca del riccio è una tradizione troppo radicata perchè le ansie animaliste (giustissime in questo caso) vengano degnate di interesse.
Non è affatto raro vedere uomini in scafandri artigianali muoversi lentamente sulle rive rocciose, trascinando contenitori dal fondo di vetro che permettono di vedere nitidamente i nascondigli degli echinodermi.
Purtroppo chi fa questo mestiere (o anche chi viene la domenica a farsi una mangiata in spiaggia) dimentica con troppa facilità che la polpa del riccio non è la carne dell'animale. Sono uova.
La pesca indiscriminata degli ultimi anni ne ha ridotto il numero fino a costringere le autorità a imporre limiti al numero di ricci pescati. Limiti continuamente disattesi, perchè comunque non c'è alcun controllo.
E' vero che se hai mangiato anche una sola volta un riccio crudo sulla riva del mare, appena pescato, è difficile fermarsi a pescarne dodici.
Le linguette rosso vivo o crema chiaro che si staccano con il cucchiaino hanno la consistenza del burro e il loro sapore, dolce e intenso, fa un contrasto ineguagliabile con l'acqua salata di cui sono ancora intrise. Per me è un cibo rituale, un pasto della memoria, come mangiare l'agnello a pasqua.
Ma non credo che sia questa degustazione domenicale a porre a rischio di estinzione i ricci. La si è sempre fatta, da secoli.
Non posso fare a meno di domandarmi invece da dove vengano le uova di riccio commercializzate nei supermercati, se non dalla pesca di frodo di migliaia di pescatori che conferiscono poi alla ditta etichettatrice. I ricci infatti non si possono allevare, si riproducono solo allo stato selvaggio.
Sono ermafroditi, dice la scienza.
I cabraresi invece li distinguono benissimo: "su mascu", il maschio, è vuoto.