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A Mari Ermi tra la strada e il mare c'è una depressione nel terreno, tanto profonda da andare sotto il livello del mare. In quella pozza naturale l'acqua affiora nei mesi invernali, dando vita a saline improvvisate, pronte a morire al primo sole convinto.
Ogni duecendo metri c'è un ponte di legno permettere alla gente di arrivare alla spiaggia senza guadare le acque limacciose.
Adesso che il caldo perdona sempre meno, le rive della pozza si contraggono rivelando incrostazioni saline sempre più vistose; non sono oggetto di raccolta di alcun tipo, a differenza del prodotto di altre saline nei pressi (Sale Porcus, per esempio).
Questo posto non ha davvero nulla di prevedibile, il terreno si alza e si abbasso a piacimento, i colori si alternano senza sfumature, a macchie nette come tagliate con l'arresoja, il coltello tradizionale sardo. Dubito che questa salina indecisa finirà mai in qualche cartolina, ma a me piace riportarla qui, come un attore non protagonista dello stesso film dove le stelle danno la migliore prova di sè stesse anche grazie a questa spalla.

Man mano che la primavera cede il passo all'estate, i campi nei Sinis assumono la colorazione tipica del grano maturo. Ma la macchia resiste ancora verde brillante nonostante la canicola, creando contrasti cromatici molto netti.
Questa foto è scattata tra Porto Suedda e Mari Ermi e mette in luce questa contrapposizione in maniera chiara. La capanna sembra indecisa su da che parte stare. In realtà, costruita con falasco reciso, la costruzione deve la sua struttura ai cespugli ancora verdi in primo piano.
Un tempo ce ne erano decine, di capanne. Sorgevano abusive, senza servizi igienici, adibite a rudimentali seconde case per vacanze, una sorta di villaggio turistico locale.
Se sia stato un bene abbatterle o meno, non lo giudico. Erano pericolose, anti-igieniche, usate a sproposito per affittarle ai turisti a prezzi esorbitanti. Però io le avrei regolamentate, anzichè farle sparire quasi totalmente dal paesaggio di cui erano divenute parte distintiva.
Avevo quattordici anni quando nel 1986 ne bruciarono 21 una di fila all'altra come zolfanelli, in un incendio scoppiato per una scintilla da una cucina a gas.
Anche un fazioso può riconoscere che da quel giorno San Giovanni ha cominciato lentamente a morire, turisticamente parlando, privato di alternative valide per trattenere il flusso turistico.
Qualcuna ancora resiste in piedi, reliquia di un tempo trascorso.
Mari Ermi è più bella di Is Arutas.
Ecco, l'ho detto.
E' molto più bella.
Più ampia, con una quantità di sabbia di quarzo molto maggiore, meglio esposta, con fondali più sicuri e bassi.

E secondo me è per questo che l'amministrazione comunale non la indica nella cartellonistica delle spiagge. Partendo da Cabras il nome di questo posto non appare mai se non quando si arriva esattamente all'incrocio per arrivarci, che però viene dopo tutte le svolte delle alte spiagge.
E' la classica "ultima spiaggia", insomma. Un segreto molto ben mantenuto.
Mentre Is Arutas si logora della sua stessa fama e ogni anno deve essere protetta con provvedimenti sempre più draconiani (numero chiuso, entrare solo scalzi perchè la sabbia non venga asportata con le scarpe), Mari Ermi resiste e fors'anche prospera, nel suo eremo di quarzite fuori mano.