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Illuminata nella notte, mentre tutto il resto è al buio, la torre sembra sospesa in aria.
Non so perchè mi piace. Non ha una bella linea, è solo un cilindro di pietra con una smussatura in cima.
Ma quello che rappresenta è importante, non è nata per essere bella. E' nata per essere salda.
E' un baluardo, la sede simbolica di un occhio sempre aperto sul mare, guardingo sul nemico e protettivo sulla gente della costa.
Non fatico a immaginare la guardia battere furiosamente i tamburi al profilarsi sul mare di centinaia di navi dalle vele sconosciute.
I Janas lo cantano nei loro dischi e quando sento quelle parole è il mio cuore che si fa tamburo.
La gente di Cabras lavora con il mare, ma non si prende confidenze.
Ancestralmente, sappiamo che dal mare non viene solo il pesce.
In tutto il resto della Sardegna c'è un detto che sancisce che "a pregai a Crèsia", a pregare si va in Chiesa.
Lo si usa quando qualcuno fa il ritroso, si fa pregare appunto.
Ma a Cabras si dice: "a pregai a mari". E' al mare che si prega.
Espressione misteriosissima, che richiama molte immagini diverse.
La donna sulla riva che aspetta il ritorno del suo compagno uscito con l'illusione di una bonaccia duratura.
L'uomo che sulla barca invoca Dio perchè la notte non gli porti nella rete solo acqua e alghe.
La sentinella sulla torre che mormora alla vista dell'orizzonte incrostato di navi straniere.
L'ultimo pensiero sincero di chi tra le onde chiede di aver salva la vita.
Il mare è un tempio.