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Mari Ermi è più bella di Is Arutas.
Ecco, l'ho detto.
E' molto più bella.
Più ampia, con una quantità di sabbia di quarzo molto maggiore, meglio esposta, con fondali più sicuri e bassi.

E secondo me è per questo che l'amministrazione comunale non la indica nella cartellonistica delle spiagge. Partendo da Cabras il nome di questo posto non appare mai se non quando si arriva esattamente all'incrocio per arrivarci, che però viene dopo tutte le svolte delle alte spiagge.
E' la classica "ultima spiaggia", insomma. Un segreto molto ben mantenuto.
Mentre Is Arutas si logora della sua stessa fama e ogni anno deve essere protetta con provvedimenti sempre più draconiani (numero chiuso, entrare solo scalzi perchè la sabbia non venga asportata con le scarpe), Mari Ermi resiste e fors'anche prospera, nel suo eremo di quarzite fuori mano.

foto di due sabbie diverse: la prima è il quarzo di Is Arutas, la seconda è quella fatta tutta di conchiglie sulla riva dello stagno.

La sabbia di ogni spiaggia del Sinis è diversa, per colore, consistenza e composizione. Alcune sono sottili come polvere grigia e lucente, micronizzate dal tempo e dal logorio dei grani. Altre sono rossicce, argillose, che non si asciugano mai. Altre ancora sono preziose, di quarzi colorati, sempre fredde.

Lungo la costa del Sinis ci sono diversi punti rocciosi che presentano una conformazione squadrata, evidentemente non naturale.
Erano cave di arenaria.
Sono affascinanti, perchè quando l'uomo le ha abbandonate dopo aver ridotto la roccia al livello del mare, il mare se le è riprese con forza.
I tagli della roccia sono diventati nidi di attinie, tane di ricci marini, dominio di granchi e della misteriosa flora che fa della roccia il suo terreno di coltura.
Da bambina ci giocavo per ore, mia madre trovava che fosse meno pericoloso dell'acqua alta.
Non direi.
Un bambino si può perdere facilmente nel mondo segreto di queste cave, diventando padrone di regni invisibili agli adulti, fatti di mostri marini e di piantine urticanti, di granchi giganti che mordono le dita e di pesci troppo rapidi per diventare davvero tuoi.
Rivoglio la mia cava.

La pesca del riccio è una tradizione troppo radicata perchè le ansie animaliste (giustissime in questo caso) vengano degnate di interesse.
Non è affatto raro vedere uomini in scafandri artigianali muoversi lentamente sulle rive rocciose, trascinando contenitori dal fondo di vetro che permettono di vedere nitidamente i nascondigli degli echinodermi.
Purtroppo chi fa questo mestiere (o anche chi viene la domenica a farsi una mangiata in spiaggia) dimentica con troppa facilità che la polpa del riccio non è la carne dell'animale. Sono uova.
La pesca indiscriminata degli ultimi anni ne ha ridotto il numero fino a costringere le autorità a imporre limiti al numero di ricci pescati. Limiti continuamente disattesi, perchè comunque non c'è alcun controllo.
E' vero che se hai mangiato anche una sola volta un riccio crudo sulla riva del mare, appena pescato, è difficile fermarsi a pescarne dodici.
Le linguette rosso vivo o crema chiaro che si staccano con il cucchiaino hanno la consistenza del burro e il loro sapore, dolce e intenso, fa un contrasto ineguagliabile con l'acqua salata di cui sono ancora intrise. Per me è un cibo rituale, un pasto della memoria, come mangiare l'agnello a pasqua.
Ma non credo che sia questa degustazione domenicale a porre a rischio di estinzione i ricci. La si è sempre fatta, da secoli.
Non posso fare a meno di domandarmi invece da dove vengano le uova di riccio commercializzate nei supermercati, se non dalla pesca di frodo di migliaia di pescatori che conferiscono poi alla ditta etichettatrice. I ricci infatti non si possono allevare, si riproducono solo allo stato selvaggio.
Sono ermafroditi, dice la scienza.
I cabraresi invece li distinguono benissimo: "su mascu", il maschio, è vuoto.

Gli aromi che altrove si pagano cari nei supermercati, essicati, qui crescono spontanei praticamente ovunque.
Il rosmarino è parte integrante della macchia mediterranea. In questo periodo fiorisce con opulenza, colorando d'azzurro la costa.
I grossi bombi e le api ci vanno a nozze. Il miele che si ottiene da api che suggono questo polline non ha paragoni per aroma.
Dicono che il nome significa: "rugiada di mare". Le foglie sono lanceolate come aghi apposta per non patire il contatto corrosivo con la salsedine.
La paura di soccombere ne ha fatto un arbusto contorto, fitto fitto, che si vendica della sua sudditanza al mare con questo tripudio di fiori, un fierissimo modo di gridare "Sono qui e sono vivo".
Mi ci riconosco. Le piante ti insegnano un sacco, ma parlano lentamente.
Questa infiorescenza dura quindici giorni e bisogna aspettarla per dodici mesi.

In Sardegna è tutto piccolo.
I sardi sono piccola gente, i cavallini della Giara sono purosangue in miniatura...
anche la palma, simbolo esotico per antonomasia, in Sardegna è piccola e non cresce oltre il metro.
Dicono sia per il vento di maestrale, che concede di alzare la testa giusto il tanto per distinguersi dalla terra.
Questa palma cresce sulla spiaggia. Un sacco di roba vegetale cresce sulla spiaggia, non ci si crederebbe.
Eppure non è un punto in cui l'acqua dolce abbondi. Devo pensare che sia in grado di sintetizzarla dall'acqua salata?
Piove poco, qui. Si impara a fare economia.

Adoro il colore di questo mare. Ne avrà almeno sei diversi, che cambiano a seconda delle condizioni atmosferiche.
Riflette il cielo, dicono. Ma il cielo non è verde. E non è neanche così blu.
Riflette qualche altra cosa. Non ho ancora scoperto cosa, però.
Cosa può essere che fa diventare il mare colore dello smeraldo e dello zaffiro?
Scoprirlo è una di quelle cose che possono dare un senso al risveglio, la mattina.
Questa l'ho scattata un mese fa, in pieno gennaio 2006. E' Is Arutas.
E' una paleo-spiaggia.
Tradotto significa che la sabbia che vedi non si riformerà, perchè le rocce da cui si è generata migliaia di anni fa non esistono più. Ecco perchè portare via anche un solo bicchiere di sabbia da qui è un reato penale.
Mi da un senso terribile di non ritorno, la voglia disperata di controllare che non me ne resti attaccato addosso nemmeno uno per sbaglio, sacrilegio. Non ci vengo mai in spiaggia qui, divento agressiva e paranoica verso i turisti superficiali che se ne lasciano cadere manciate nei costumi per sfuggire ai controlli dei vigili.
Tutti unici, questi granelli. Ma soprattutto sono tutti irripetibili. Un pò come le persone. Però - al contrario delle persone - non ne nascono più.
Avverto un rispetto profondo davanti a questi sassolini perfetti. Osservandoli capisco come sia possibile che si generino religioni per adorare elementi naturali.
La chiamano la spiaggia dei chicchi di riso, con una espressione senza fantasia.
I chicchi di riso sono tutti bianchi e uguali.
Questi grani di quarzo sono tutti diversi l'uno dall'altro: quarzo rosa, quarzo verde, quarzo giallino, quarzo grigio di tante sfumature...
Chiunque sia l'artefice, aveva più fantasia del riso.
Ciascuno di questi granelli è la memoria di una montagna, il testamento misterioso di un Dio di pietra opalescente.
Per anni i signori della Costa Smeralda hanno portato via questa sabbia a quintali per creare le spiagge private delle loro ville sulle rive delle coste galluresi che, per legge di contrapasso, hanno tutto quel che si può desiderare da una costa tranne la sabbia.
Per prenderci il sole è un posto poco cauto. Riflette i raggi solari dimezzando i tempi di qualunque filtro solare.