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A proposito di elementi religiosi nelle decorazioni delle facciate delle case, ecco il più tradizionale, ancora visibile in molte delle abitazioni del centro storico.
Si tratta di una piastrella solitamente di marmo, inserita significativamente sopra l'architrave della porta principale, che riporta la sigla J H S, Jesus Hominum Salvator. Nei rifacimenti finto-antico delle case moderne anche questo elemento è quasi del tutto scomparso, sostituito da elementi di illuminazione o fregi di altra natura.
In parte mi interrogo su questo, più per il senso di questa scomparsa che per il valore decorativo del simbolo, che in verità richiama qualcosa di funerario. E' un segno che qualcosa è cambiato nel respiro quotidiano della mia gente, nel modo in cui si alza e nell'ultima cosa che pensa prima di chiudere gli occhi.
E' vero, ci sono ancora le feste patronali e molti degli usi sociali sono ancora segnati da elementi religiosi evidenti. Ma è la scomparsa di questo piccolo particolare sulle case di nuova costruzione a farmi pensare che la mutazione vera sia altrove, radicata in ben altri posti che non il tragitto della corsa degli scalzi per San Salvatore. La stabilità di una casa non si giudica dal colore del muro di facciata, un muratore serio guarda prima gli architravi.


Facendo una passeggiata nelle vie del centro storico può capitare di vedere gioielli come questa facciata. La cornice della porta è antica di oltre un secolo e presenta una serie di motivi ornamentali incisi in una roccia calcarea piuttosto chiara. Il motivo tortile evoca colonnine barocche, alleggerite da motivi floreali. Sull'architrave dominano invece gli immancabili temi religiosi, dalla croce alla raffigurazione di immagini stilizzate di simboli cristiani, in segno di buonaugurio e invocazione di protezione.
Quella della presenza di motivi religiosi nei decori è una costante oggi in disuso: vengono mantenuti quasi tutti gli elementi decorativi tradizionali tranne proprio questo, pegno di una religiosità interpretata in tutte le cose di rilievo per la vita, casa compresa. La vita della comunità cabrarese fino a mezzo secolo fa era completamente ritmata dagli eventi di fede e dai rituali della religione cristiana. Persino nel saluto ho ricordo di questo: quando mia nonna incontrava le anziane amiche non c'era nessun buongiorno tra loro.
- Ave Maria, 'ommai Maria! (comare maria)
- Grazia Plena, 'ommai Rosina! (comare rosina)
- Sia lodau GesuCristu!
- Sempiri sia lodau!
Questa cosa non mancava mai di stupirmi. Oggi non mi stupisce più che ci potessimo allora salutare pregando, considerando che abitavamo in case come questa, segnate di fede in ogni stipite.


La Barbagia ha il cuore di granito, duro e lucente, dove il nero si alterna a striature chiare quasi saline per cristallinità. Nel sassarese domina il biancore del tufo, nel Montiferru e nel Barigadu la trachite e il basalto generano facciate rosse o nero opaco, severo. Verrebbe da dire che ogni pietra somiglia al popolo che la usa.
Dunque in cosa somigliamo all'arenaria, noi cabraresi? Troppo fragile per farci le case sul serio, è però molto bella per ornare, anche in facciate come questa, squadrata e minimalista, che cerca di combinare i disegni tradizionali con un rigore tutto moderno. E' una pietra buona per le apparenze, estremamente scenografica. Interpretazioni come questa la abbinano al ferro battuto, accostamento a mio avviso non molto felice. Il taglio sin troppo regolare dei fregi sugli architravi è una curiosa imitazione del decoro ornamentale tradizionale, una specie di parentesi graffa orizzontale.


I materiali con cui le case vengono realizzate sono quelli della moderna edilizia, ma le rifiniture prediligono sempre più spesso l'utilizzo di risorse naturali presenti sul territorio, in particolare arenaria (la pietra preferita) e basalto. Più raro il caso della trachite, una pietra policroma che non si trova in zona e appartiene di più alla tradizione architettonica di paesi come Fordongianus.
Il Sinis è pieno di arenaria: dai campi i contadini la spietrano continuamente, disossando la terra. Prima era utilizzata soprattutto per realizzare muretti a secco per la delimitazione di campi e proprietà. Solo negli ultimi quindici anni è stata rivalutata come elemento d'arredo decorativo.
E' una pietra fragile, si sbriciola facilmente e per questo si presta bene ad essere incisa con piccoli fregi non troppo precisi. A me piace perchè ha l'aspetto della sabbia, dorata e friabile, sempre calda. Purtroppo è anche sempre umida, la sua porosità la rende utile solo al decoro. Non è salubre usarla per la struttura, come si fa altrove con altre pietre meno permeabili.

Tra una casa di proprietà e una in affitto, per il sardo medio passa la stessa differenza che c'è tra la propria amata moglie e una concubina mantenuta per i bisogni più infimi. Pur di non pagare un affitto a terzi è capace di aspettare anni e anni per comprarsela, spesso rimandando le nozze. Nel paese di Cabras il mercato degli affitti riguarda principalmente le seconde case ed ha come destinatari i turisti, quasi mai la gente del posto.
L'architettura delle case di Cabras non è diversa da quella dei paesi del circondario: piano terra e al massimo un primo piano, onnipresente cortile, spazi tanto ampi da suscitare l'invidia sistematica di chi - in città come Milano o Roma - paga migliaia di euro per ogni centimetro quadro in più di edificato. Qui lo spazio non manca e nessuno usa la carenza di metratura domestica per giustificare il fatto di fare un figlio solo.
I colori delle facciate sono decisi da delibere comunali e dovrebbero rientrare nell'ampia gamma calda dei colori della terra. Quasi sempre gli abitanti li rispettano (generando armonie come le case delle foto che ho fotografato ieri verso le 20), salvo qualche deprecabile svarione cromatico che genera veri e propri pugni in un occhio, mai adeguatamente sanzionati.


La foto in alto non è mia. Le seguenti sì.
I fenicotteri rosa non sono una particolarità di Cabras, nonostante gli abitanti ne siano in gran parte convinti. In realtà in Sardegna il fenicottero rosa sverna in almeno cinque località (Cabras, Santa Giusta, Putzu Idu, Posada e Molentargius) e nidifica sicuramente almeno in due, nessuna delle quali è lo stagno di Cabras.
Non è nemmeno il posto in cui si vedono meglio; è molto raro trovarli vicino alla riva, evento invece pressochè costante a Molentargius, lungo tutto il lato destro della trafficatissima strada che collega Cagliari a Pula. I fenicotteri cagliaritani non hanno paura di niente nonostante le macchine e i mezzi pesanti li sfiorino a tutte le ore del giorno; i nostri invece sono guardinghi anche nella solitudine del Sinis, non tollerano la minima confidenza.
La colorazione rosa dicono sia dovuta alla dieta, costituita da un certo gamberetto rosato. In realtà la spiegazione mi convince solo in parte, perchè questi fenicotteri - a differenza di quelli della Florida - non sono uniformente rosa, ma solo sotto le ali e nelle zampe. Se fosse vero che la cosa dipende dalla dieta, perchè non sono tutti rosa? E il nero a quale parte della dieta è attribuibile?
Un'altra cosa che non mi convince è il nome antico che viene attribuito in sardo ai fenicotteri. Parrebbe essere "gent'arrubia", gente rossa. A Cabras però mi risulta che siano sempre stati chiamati "mangonis", nome molto meno poetico, diventato - per estensione del senso - sinonimo generico di creatura dalle lunghe estremità, anche quando si tratta di umani.

In passato erano cacciati, ma non venivano mangiati.
In qualche casa può capitare di vederne qualcuno impagliato ornare lugubremente il salotto buono, sempre per lo stesso ragionamento fatto a proposito di Su Tingiosu, ovvero che le cose belle sono tali specialmente quando sono di mia proprietà.
Se si ha la fortuna di scorgerli a pochi metri dalla riva è sempre prudente accostarsi molto lentamente, senza movimenti bruschi, e mai in nessun caso lanciare sassi o altri oggetti verso lo stagno con la speranza di suscitare un volo da fotografare. Infatti il fenicottero ha necessità di un minimo di rincorsa per spiccare il volo. Ma se viene spaventato si raggruppa con i compagni in maniera convulsa e disordinata, rischiando fratture ai fragilissimi arti inferiori.
La morte di un fenicottero ferito è uno spettacolo che non fa parte del corso naturale delle cose.

Queste foto, scattate all'orario di luce peggiore, sono un poco riuscito tentativo di riprenderli senza che se ne accorgano. Illusa più che mai: mi hanno fiutata da centinaia di metri, muovendosi furtivi verso il centro della laguna.

I ponti a Cabras sono numerosissimi. Non capisco perchè non lo chiamino il paese dei ponti.
Ci sono molti nomi per distinguerli, i ponti di questa foto si chiamano con un diminutivo: "i ponticelli".
Sono sicuramente il punto da cui si gode la vista migliore dei canali e delle specie ornitologiche che li popolano, ma la loro conformazione li designa come luoghi di transito, non come dei belvedere.
Sostanzialmente sono quindi dei "non luoghi", posti dove non si va, ma che si usano per andare altrove.
Si parla tanto male dei non luoghi: le stazioni, i centri commerciali, gli aereoporti...
Se ne parla come della nuova dimensione della solitudine umana, i posti dove l'essere soli si mischia alla circostanza di essere in tanti.
Da questo punto di vista, questi ponti sono dei "non luoghi" atipici, non ci sono le folle a farti sentire più solo.
Al contrario, ci vai convinto di essere solo e fai gli incontri più strampalati, con flora in tripudio, con fauna sfrontata o con quella specie in via di estinzione che è il turista attento, quello che sa cogliere l'importanza di uno scorcio che non figura su nessuna guida, nè figurerà.
E' uno spazio di transito che può rendere la partenza e l'arrivo piuttosto relativi.

foto di due sabbie diverse: la prima è il quarzo di Is Arutas, la seconda è quella fatta tutta di conchiglie sulla riva dello stagno.

La sabbia di ogni spiaggia del Sinis è diversa, per colore, consistenza e composizione. Alcune sono sottili come polvere grigia e lucente, micronizzate dal tempo e dal logorio dei grani. Altre sono rossicce, argillose, che non si asciugano mai. Altre ancora sono preziose, di quarzi colorati, sempre fredde.

Qualcuno mi ha fatto notare che i cormorani, nella versione precedente di questa foto, si vedevano poco.
Ecco un ingrandimento del dettaglio, che dettaglio non è affatto.
Sembrano una fila di suorine che vanno a prendere la comunione.
Non lo so perchè mi inquietano gli animali che si organizzano in gruppi.
Mi viene da pensare che non sia poi così scontata la questione delle cose fatte per istinto.
Sarà pure vero, ma a me questa squadriglia di lottatori alati mi fa pensare a qualcosa di studiato, di coordinato.

Ci sono scorci dello stagno che sono assolutamente cinematografici. Una sequenza di fotogrammi a cui manca solo la trama per diventare un film.
O forse no.
Forse la trama sono proprio le immagini, oggetti e paesaggi che hanno una storia loro, basta saperla leggere.
Prendiamo questo ponte...
Visto così non ha senso.
L'acqua è talmente bassa che nessuna barca potrebbe avvicinarsi senza raschiare la chiglia.
E dunque cosa aveva in mente chi lo ha costruito? Quale utilità, quale scopo ha motivato lo sforzo?
Non lo so.
Ma so perchè lo avrei fatto io.
L'ho capito stando all'estremo, senza voltarmi verso la terra.
Immagino che dipenda dal fatto che ho una venerazione personale per le cose apparentemente inutili. Trovo sublime che qualcuno utilizzi energie per qualcosa di non funzionale, per obbedire a un bisogno non elementare. Per esempio sentirsi circondati di acqua, senza la copertura mentale di avere i piedi sulla terraferma. Questo ponte è una carezza furtiva fatta a una donna che fa finta di dormire.
E' la capacità di investire passione in cose apparentemente inutili che segna il confine tra lo spirituale e il materiale, tra l'uomo e quello che umano non è.

Il punto da cui ho scattato questa foto si chiama Scaiu ed è una piccola spiaggia di rimessa delle barche dei pescatori.
C'è un motivo per cui le barche sono tutte identiche e numerate. Il libero professionista nello stagno non esiste. I pescatori sono tutti affiliati a cooperative che gestiscono la pesca in modo più razionale e produttivo rispetto al passato.
Ecco perchè le barche non hanno i nomi pittoreschi delle mogli e delle fidanzate che si possono vedere nei porticcioli di chi pesca in mare aperto. Questo non finisce mai di stupirmi, perchè il cooperativismo nella economia primaria in Sardegna è un fenomeno rarissimo.
Ma i pescatori dello stagno di Cabras sono passati attraverso lunghissime lotte con la regione per ottenere il pieno controllo di questa risorsa, lotte che hanno loro permesso di maturare una coscienza comune, una consapevolezza di sè stessi come categoria.
Ed è da questa esperienza di sofferenza collettiva che hanno compreso il valore della parola "noi".
Ecco perchè, per quanto sembri una perdita agli occhi di chi si aspetta l'individualismo cromatico delle barchette personalizzate, a me questa monocromia appare come un valore, una conquista rara.

Peccato che in questa dimensione la foto non mostri che razza di organizzato esercito famelico siano i cormorani!
Sotto questo ponte di legno passa uno dei canali a mare dove il pesce transita più abbondante.
Lungo tutta la linea del ponte gli uccelli si schierano pronti al tuffo. Sono belli da vedere, lo ammetto.
I pescatori ovviamente non la pensano così. In questo punto preciso ogni giorno spariscono quintali di pesce maturo per la pesca.
La catena alimentare è un meccanismo molto sottovalutato.

La Chiesa di Santa Maria sembra una trovata pubblicitaria.
In tutti i paesi c'è una chiesa e di solito è anche l'edificio più alto e visibile, perchè in Sardegna i palazzi con più di due piani esistono solo nei capoluoghi di provincia.
Però a Cabras la Chiesa è stata collocata in modo estremamente scenografico, sulla linea dello stagno, caratterizzando il profilo del paese in un modo assolutamente univoco.
E' di uno stile incerto, con vari rifacimenti non tutti felici, tra i quali l'orrida facciata di gusto fascisteggiante.
Ma la parte vecchia, il cupolone che domina la riva dello stagno, ha il fascino massiccio del romanico.
Dicono sorga dove Eleonora d'Arborea aveva il suo castello estivo.

La pesca del riccio è una tradizione troppo radicata perchè le ansie animaliste (giustissime in questo caso) vengano degnate di interesse.
Non è affatto raro vedere uomini in scafandri artigianali muoversi lentamente sulle rive rocciose, trascinando contenitori dal fondo di vetro che permettono di vedere nitidamente i nascondigli degli echinodermi.
Purtroppo chi fa questo mestiere (o anche chi viene la domenica a farsi una mangiata in spiaggia) dimentica con troppa facilità che la polpa del riccio non è la carne dell'animale. Sono uova.
La pesca indiscriminata degli ultimi anni ne ha ridotto il numero fino a costringere le autorità a imporre limiti al numero di ricci pescati. Limiti continuamente disattesi, perchè comunque non c'è alcun controllo.
E' vero che se hai mangiato anche una sola volta un riccio crudo sulla riva del mare, appena pescato, è difficile fermarsi a pescarne dodici.
Le linguette rosso vivo o crema chiaro che si staccano con il cucchiaino hanno la consistenza del burro e il loro sapore, dolce e intenso, fa un contrasto ineguagliabile con l'acqua salata di cui sono ancora intrise. Per me è un cibo rituale, un pasto della memoria, come mangiare l'agnello a pasqua.
Ma non credo che sia questa degustazione domenicale a porre a rischio di estinzione i ricci. La si è sempre fatta, da secoli.
Non posso fare a meno di domandarmi invece da dove vengano le uova di riccio commercializzate nei supermercati, se non dalla pesca di frodo di migliaia di pescatori che conferiscono poi alla ditta etichettatrice. I ricci infatti non si possono allevare, si riproducono solo allo stato selvaggio.
Sono ermafroditi, dice la scienza.
I cabraresi invece li distinguono benissimo: "su mascu", il maschio, è vuoto.

Costruire questi due ponti di legno lungo il braccio di stagno che costeggia la strada per San Giovanni è stato un colpo di genio.
Vedi Cabras da una prospettiva assolutamente inedita.
Farsi questa strana passeggiata è qualcosa a cui gli inglesi non sono ancora riusciti a dare un nome.
Non è bird watching, non è snorkelling, non è nessuna cosa che finisca in "ing".
E' un semplice contemplare.
Fa un gran bene.

Adoro il colore di questo mare. Ne avrà almeno sei diversi, che cambiano a seconda delle condizioni atmosferiche.
Riflette il cielo, dicono. Ma il cielo non è verde. E non è neanche così blu.
Riflette qualche altra cosa. Non ho ancora scoperto cosa, però.
Cosa può essere che fa diventare il mare colore dello smeraldo e dello zaffiro?
Scoprirlo è una di quelle cose che possono dare un senso al risveglio, la mattina.
Questa foto l'ho scattata in uno degli stagnetti interni alla costa, prima che lo recintassero per farci dell'ittioturismo. Gli uccelli acquatici che vivono su questi specchi d'acqua sono innumerevoli e si sentono padroni, non hanno paura di nulla.
Non sempre è una convivenza felice con i pescatori.
I cormorani sono per esempio un enorme danno per l'economia di Cabras. Ogni cormorano mangia fino a 11 kg di pesce al giorno. E ce ne sono migliaia. Un tempo i pescatori si difendevano, limitandone il numero con opportune battute di caccia. Lo scopo è puramente difensivo, la carne di cormorano è più immangiabile del cartone.
Adesso difendersi sparando agli uccelli è vietato, quindi i cormorani si sono moltiplicati a dismisura, non avendo predatori a loro superiori.
A volte sorrido di queste associazioni animaliste che ucciderebbero un uomo, se solo osasse far del male a una mosca.
Il senso delle proporzioni è più in estinzione di molte specie animali.
Questa l'ho scattata la primavera scorsa.
La capanna in sè è pittoresca, i turisti credono che le si costruisca apposta.
Invece sono gli ultimi resti di un mondo che viveva in funzione del suo mare, respirandone l'aria, toccandone la riva, aspettandone le maree.
La capanna in apparenza domina la scena con la sua fatiscente superbia. In cima alla duna di sabbia sembra una torre di canne, un castello d'erba.
Invece il vero protagonista della foto è quel manto ai suoi piedi nella duna in primo piano, un velluto di fiori minuscoli giallini e lilla, offensivi nella loro opulenza.
Crollerà la capanna, è sicuro.
Ma quei fiori questa primavera sono di nuovo lì.
Anche l'erba ha le sue maree.
Questi gigli crescono direttamente sulla sabbia, delicati come vetro di murano.
Non lo so in quanti altri posti succede una cosa simile.
Voglio dire, le spiagge sono spiagge, cosa mai può germogliare sulla sabbia?
E' un materiale grandemente sopravvalutato, in fondo sono solo sassi piccoli. Invece è tra questi sassi che cresce questa specie delicatissima di lilium selvatico, profumata in modo indegno, che sfida la corrosiva salsedine uscendone vincitrice.
L'ho scattata che tramontava. Ad un certo punto ho avuto l'impressione che il giglio si mettesse in posa.
Magari non è vero, certo che no. Però diamine, sembrava proprio.
Dimenticavo.
A coglierli si becca una fior di multa.
Ma io non l'ho mai nemmeno desiderato. Questo fiore è così snob che mi si seccherebbe in mano all'istante per puro senso di superiorità.
Cabras per me è più affascinante persino dei suoi incantevoli dintorni. Ha la seduzione del borgo marinaro fermo a cento anni fa, quel genere di paesaggio che vai a cercare con gli occhi proprio perchè non è mai cambiato.
A Cabras ne sono cambiate di cose in trent'anni. Ma la riva dello stagno è sempre il posto magico dove giocavo da bambina.
Se cammini sulla riva dello stagno ti rendi conto che la sabbia che i tuoi piedi calpestano è fatta di mille frammenti di conchiglia.
Un cimitero di madreperla sotto le scarpe.
Dicono sia lo stagno più grande d'Europa, con le sue 2000 are di estensione. Non ho mai misurato e non mi importa, non so perchè la gente deve sempre descrivere le cose con i numeri per poter dire di conoscerle. Quanto pesi, quanti anni hai, quanto sei alto.
Lo stagno è una cosa viva, descriverlo in numeri è un affronto alla sua anima profonda. Ha un canale a mare che i cabraresi chiamano "lo scolmatore", perchè un tempo serviva a farne defluire le acque che debordavano. Adesso impedisce allo stagno di morire, come una flebo costante.
La sua natura salmastra, meticcia, è un incontro tra due mondi d'acqua totalmente diversi, il mare e l'acqua chiusa. Per questo, se davvero questo posto ha un'anima, è quella di un bastardo. E' un ecosistema senza uguali. Ci crescono specie che mai in uno stagno normale potrebbero campare. Per esempio i muggini, variante locale del pessimo cefalo dell'adriatico, che qui diventano un pesce pregiato, dalle caratteristiche del tutto originali.
Il Comune lo ha scelto per simbolo. Qui lo si chiama "pisci e'iscatta", pesce squamoso.
Come se gli altri non avessero le squame.
Non ricordo più da quanto è che volevo aprirmi un blog fotografico sul Sinis.
Non credo sia per campanilismo, penso piuttosto che sia davvero uno dei posti più belli che abbia mai visto, indipendentemente dal fatto che ci sono nata. Ma immagino che lo dicano tutti, anche chi è nato a Cologno Monzese. A mio vantaggio posso dire che quelli di Cologno Monzese vengono in vacanza qui, mentre noi col cavolo che andiamo a Cologno Monzese. Vorrà pur dire qualcosa.
Non ci sono alberghi, a parte un 4 stelle decisamente fuori dalla mia portata. Ci sono però decine di Bed and Breakfast, per chi pensa che i viaggi siano fatti anche per conoscere la gente, non solo le spiagge e il cibo. A volte mi guardo intorno e penso che a me la gente basterebbe pure, per considerarla una vacanza. C'è gente speciale, qui da me. Sempre se sopporti il fatto che nel giro di tre giorni tutto il paese saprà tutto di te.
I migliori B&B di Cabras sono questi due: