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Su Tingiosu è una perla di cui i primi a non intuire il valore sono proprio i cabraresi.
Questo posto di silenzio, dominio assoluto del vento odoroso di erica e rosmarino, ha un handicap imperdonabile agli occhi medi del turista della domenica, anche locale: non ha una spiaggia.
Questa mancanza lo rende un posto non appetibile, il che in un certo senso è la sua fortuna.
Non oso immaginare cosa diventerebbe se fosse possibile arrivarci agevolmente o peggio, persino edificarci.
Ne parlavo con un compaesano decantandone la bellezza, ma lui ha liquidato me e la scogliera con un lapidario: "sì, ma dopo che ci sei arrivato su, che cosa fai? Non c'è neanche una spiaggia..."
Infatti non c'è. Ma se voglio spiagge, ce ne sono per 30 km.
Se sono arrivata sin qui, è evidente che non cercavo una spiaggia.
Cercavo forse un condominio di uccelli senza nome, liberi come il vento che fa loro compagnia sul dirupo.
Magari cercavo la prospettiva delle trasparenze dei fondali visti da 30 metri, scorcio altrove non godibile.
O magari mi dilettavo a frugare tra i profumi intensi della macchia, quella che sulla spiaggia non cresce, riempiendomi gli occhi di piccoli fiordalisi, di viole ciocche spontanee, di bottondoro splendenti come piccoli soli...
Poi arriva la frase definitiva, quella che mi fa capire che è molto meglio che Su Tingiosu resti un luogo inaccessibile:
"Certo, se uno si potesse fare la casa lì..."
Ah, come ho fatto a non pensarci. La casa qui.
Venirci a qualunque ora a vedere lo spettacolo "non è niente di speciale".
invece aprirci la persiana di casa direttamente sopra varrebbe la pena, perchè se è di tutti, non vale nulla, ma se è mio e basta... se ne può discutere.
E' inutile, non capirò mai la logica di chi, vedendo una cosa che incanta, anzichè dire "che bella!" pensa subito "la voglio tutta per me!".
Io voglio che Su Tingiosu resti tutto per sè.


I contrasti governano, a Su Tingiosu.
Nella scogliera si intravedono piccoli anfratti, grotte naturali, probabilmente qualche minuscola caletta per i fortunati che possono arrivarci in barca a remi o in canoa.
Le rocce sono di un candore abbagliante, la spiaggia è coperta da ciottoli levigatissimi, alcuni in quarzite pura grandi come uova.
Invece la sabbia sotto è dello stesso colore rossiccio della roccia sovrastante e questo genera un abbinamento cromatico talmente perfetto da sembrare irreale.
I campi coltivati arrivano a venti metri dalla riva, perchè la terra rossa e fertile si protende fin quasi alla spiaggia.
Nella stessa foto presa da più lontano questo curioso contrasto è molto evidente.


Sulla sommità della scogliera di Su Tingiosu crescono opulenti i cespugli di rosmarino e di erica, molto spesso intrecciati come questo della foto.
Quando l'ho scattata erano circa le venti, l'aria era densa degli odori balsamici di queste due erbe combinate.
L'erica in particolare è molto sottovalutata, ha un sentore amabilissimo, ma non ho mai sentito che la si usasse per scopi alimentari. Magari è velenosa, non so. Ma di certo l'odore è stupendo. Ha le foglioline ricoperte da una peluria grigia lievissima, che gli da la caratteristica colorazione chiara, così ben distinguibile dal verde brillante del rosmarino.
Sulla sommità della scogliera c'è pochissima terra, subito si trova la roccia. Le radici degli arbusti sono quindi costrette a scorrere lungo la superficie, a volte sporgendo visibilmente, altre volte sbagliando strada, come questa che ho fotografato: si protende sullo strapiombo come una mano pronta a ghermire.
Sotto si intravede la superficie dell'acqua solcata dalle piccolissime onde create dalla brezza serale.
Un posto meditativo, dove andare con una sedia per riconciliarsi con il silenzio.

Il Comune di Cabras ha 35 km di costa e non tutti sono spiagge.
Un piccolo tratto di questa costa è costituito da un gioiello geologico di bellezza straordinaria: la scogliera di Su Tingiosu.
Per anni ne ho ignorato l'esistenza.
Ne sentivo parlare, ma non sapevo con esattezza dove fosse.
Ieri mi sono presa lo sfizio di cercarla, cosa a dire il vero non facile, visto che non esiste alcuna segnalazione e nemmeno una strada che vi ci conduca. C'è una via di terra battuta, ma non oso pensare a cosa diventa quando piove. Anche con il bel tempo ho rischiato di rimetterci la coppa dell'olio.
Però valeva la pena, decisamente.
La scogliera è altissima, lungo lo strapiombo nidifica una non meglio identificata specie di uccello acquatico, un piccolo volatile nero che ho osservato in gran numero.
Osservarla dal mare deve essere splendido, questa estate sono intenzionata a noleggiare una barca per vederla da quella prospettiva. Inutile dire che l'acqua che lambisce la scogliera è offensivamente trasparente, del solito colore senza nome. Mi hanno detto che è la particolare concentrazione di sali che permette quella rifrazione, non c'entra nulla nè il cielo nè il fondale.
Per avere idea di quanto è bella questa scogliera, è interessante fare un piccolo confronto con le altre scogliere famose del mondo, che ho trovato su questo sito: http://www.ladonnadelmare.com/new_page_29.htm
Niente da invidiare.

E' il regno delle tartarughe.
La testuggine di terra qui trova il suo habitat ideale.
Almeno così dicono i libri, ma deve essere vero, perchè vederne non è una rarità.
Con il suo carapace a scacchi chiaro-scuri si muove lenta nel sottomacchia, battendo sui ciottoli con le unghie dure delle zampe sgraziate.
Personalmente non capisco come le tarturughe possano mangiare le foglie dure e amarognole che ornano questi arbusti intricatissimi.
Quella che avevo da bambina in casa era così viziata che se l'insalata non era fresca di giornata mi voltava le spalle sdegnata e preferiva un signorile digiuno.
Tra il rosmarino e le palme nane fanno la tana anche le lepri e i loro predatori, le volpi. Non si contano le specie di rapaci che vengono a pasteggiare qui, fregandosene altamente del divieto di caccia imposto agli umani.
Verso sera le lepri sono così numerose che non è difficile vederne qualcuna saltare al di sopra della linea dei cespugli bassi, come un ago impazzito che rammendi a casaccio un tessuto stramato.
Fotografarle è pura fantascienza, è già molto se riesci a respirare nell'attimo in cui le vedi.
Questa vista si gode facendo a piedi il giro di Capo San Marco, una passeggiata di circa due ore e mezzo.
Dopo mesi di lavoro passati a contare i minuti da farsi retribuire, trovo che "buttare" un pomeriggio a fare una passeggiata tanto lunga senza meta sia un atto di noncuranza quasi regale.
Una principesca spreconeria da silenzioso parvenu.
La vendetta del "tempo perso" su tutti i cartellini timbrati del mondo.
"Cosa hai fatto questo pomeriggio?"
"Mah... niente... camminato."
E tenetevi il segreto.
L'acqua è di una trasparenza tale che i sassi si distinguono uno a uno.
Un tempo questo posto era tutto zona militare, per via del Faro. E' pieno di fortini di appostamento, residuati bellici che si mischiano ai resti delle tombe puniche e alla prepotente macchia mediterranea che fa di tutte le Storie un eterno presente: il suo. Tutto è terra buona per crescerci.
Tra questi scogli un tempo erano numerose le granceole, crostacei prelibati in tutto simili ai mostri marini che una parte di te sa che da qualche parte devono esistere, insieme al mostro di lochness e al calamaro gigante. La zuppa di granceola è un piatto da re, ma oggi mangiarla può costare molto caro, prima di tutto al ristoratore. Infatti in questa zona, denominata "a protezione totale", è vietato persino fare il bagno, figurarsi pescare.
In sardo la granceola si chiama "craba manìa", capra marina, a causa delle escrescenze cornee sul carapace.

Non chiedetela. Se ve la servono, molto probabilmente arriva da altri mari.
Il che non esclude che ve la passino comunque per nostrana per presentarvi un conto folkloristico.
Anche questo, ahimè, è Sardegna.
(la foto della granceola non è mia)

Lungo la costa del Sinis ci sono diversi punti rocciosi che presentano una conformazione squadrata, evidentemente non naturale.
Erano cave di arenaria.
Sono affascinanti, perchè quando l'uomo le ha abbandonate dopo aver ridotto la roccia al livello del mare, il mare se le è riprese con forza.
I tagli della roccia sono diventati nidi di attinie, tane di ricci marini, dominio di granchi e della misteriosa flora che fa della roccia il suo terreno di coltura.
Da bambina ci giocavo per ore, mia madre trovava che fosse meno pericoloso dell'acqua alta.
Non direi.
Un bambino si può perdere facilmente nel mondo segreto di queste cave, diventando padrone di regni invisibili agli adulti, fatti di mostri marini e di piantine urticanti, di granchi giganti che mordono le dita e di pesci troppo rapidi per diventare davvero tuoi.
Rivoglio la mia cava.

Illuminata nella notte, mentre tutto il resto è al buio, la torre sembra sospesa in aria.
Non so perchè mi piace. Non ha una bella linea, è solo un cilindro di pietra con una smussatura in cima.
Ma quello che rappresenta è importante, non è nata per essere bella. E' nata per essere salda.
E' un baluardo, la sede simbolica di un occhio sempre aperto sul mare, guardingo sul nemico e protettivo sulla gente della costa.
Non fatico a immaginare la guardia battere furiosamente i tamburi al profilarsi sul mare di centinaia di navi dalle vele sconosciute.
I Janas lo cantano nei loro dischi e quando sento quelle parole è il mio cuore che si fa tamburo.
La gente di Cabras lavora con il mare, ma non si prende confidenze.
Ancestralmente, sappiamo che dal mare non viene solo il pesce.
In tutto il resto della Sardegna c'è un detto che sancisce che "a pregai a Crèsia", a pregare si va in Chiesa.
Lo si usa quando qualcuno fa il ritroso, si fa pregare appunto.
Ma a Cabras si dice: "a pregai a mari". E' al mare che si prega.
Espressione misteriosissima, che richiama molte immagini diverse.
La donna sulla riva che aspetta il ritorno del suo compagno uscito con l'illusione di una bonaccia duratura.
L'uomo che sulla barca invoca Dio perchè la notte non gli porti nella rete solo acqua e alghe.
La sentinella sulla torre che mormora alla vista dell'orizzonte incrostato di navi straniere.
L'ultimo pensiero sincero di chi tra le onde chiede di aver salva la vita.
Il mare è un tempio.

Gli aromi che altrove si pagano cari nei supermercati, essicati, qui crescono spontanei praticamente ovunque.
Il rosmarino è parte integrante della macchia mediterranea. In questo periodo fiorisce con opulenza, colorando d'azzurro la costa.
I grossi bombi e le api ci vanno a nozze. Il miele che si ottiene da api che suggono questo polline non ha paragoni per aroma.
Dicono che il nome significa: "rugiada di mare". Le foglie sono lanceolate come aghi apposta per non patire il contatto corrosivo con la salsedine.
La paura di soccombere ne ha fatto un arbusto contorto, fitto fitto, che si vendica della sua sudditanza al mare con questo tripudio di fiori, un fierissimo modo di gridare "Sono qui e sono vivo".
Mi ci riconosco. Le piante ti insegnano un sacco, ma parlano lentamente.
Questa infiorescenza dura quindici giorni e bisogna aspettarla per dodici mesi.

Adoro il colore di questo mare. Ne avrà almeno sei diversi, che cambiano a seconda delle condizioni atmosferiche.
Riflette il cielo, dicono. Ma il cielo non è verde. E non è neanche così blu.
Riflette qualche altra cosa. Non ho ancora scoperto cosa, però.
Cosa può essere che fa diventare il mare colore dello smeraldo e dello zaffiro?
Scoprirlo è una di quelle cose che possono dare un senso al risveglio, la mattina.
Questa l'ho scattata un mese fa, in pieno gennaio 2006. E' Is Arutas.
E' una paleo-spiaggia.
Tradotto significa che la sabbia che vedi non si riformerà, perchè le rocce da cui si è generata migliaia di anni fa non esistono più. Ecco perchè portare via anche un solo bicchiere di sabbia da qui è un reato penale.
Mi da un senso terribile di non ritorno, la voglia disperata di controllare che non me ne resti attaccato addosso nemmeno uno per sbaglio, sacrilegio. Non ci vengo mai in spiaggia qui, divento agressiva e paranoica verso i turisti superficiali che se ne lasciano cadere manciate nei costumi per sfuggire ai controlli dei vigili.
Tutti unici, questi granelli. Ma soprattutto sono tutti irripetibili. Un pò come le persone. Però - al contrario delle persone - non ne nascono più.
Avverto un rispetto profondo davanti a questi sassolini perfetti. Osservandoli capisco come sia possibile che si generino religioni per adorare elementi naturali.
La chiamano la spiaggia dei chicchi di riso, con una espressione senza fantasia.
I chicchi di riso sono tutti bianchi e uguali.
Questi grani di quarzo sono tutti diversi l'uno dall'altro: quarzo rosa, quarzo verde, quarzo giallino, quarzo grigio di tante sfumature...
Chiunque sia l'artefice, aveva più fantasia del riso.
Ciascuno di questi granelli è la memoria di una montagna, il testamento misterioso di un Dio di pietra opalescente.
Per anni i signori della Costa Smeralda hanno portato via questa sabbia a quintali per creare le spiagge private delle loro ville sulle rive delle coste galluresi che, per legge di contrapasso, hanno tutto quel che si può desiderare da una costa tranne la sabbia.
Per prenderci il sole è un posto poco cauto. Riflette i raggi solari dimezzando i tempi di qualunque filtro solare.
Hai presente quei monumenti con il profilo talmente inconfondibile che poi diventano emblemi della città dove stanno?
Tipo la torre di Pisa, il colonnato di San Pietro, la Mole Antonelliana, il Duomo di Milano...
Ho sempre detestato la loro ingombranza, come se in posti come Roma ci fosse solo S.Pietro o non si potesse dire di aver visto Milano senza avere visitato il Duomo. Ci sono andata sei volte a Milano e mi sono sempre premurata di non andare al Duomo. E' la mia piccola rivincita sui simboli di pietra.
Però mi sciolgo quando vedo questo profilo, la torre di San Giovanni che domina Capo San Marco. Ci sono stagioni in cui la terra è verde come il muschio e altre in cui è secca come un tozzo di pane raffermo. Ma la linea della torre contro il cielo, puntata come un capezzolo turgido, ha sempre il potere di farmi sentire me stessa in ogni stagione. Chi ha detto che nella pietra non ci si può specchiare?
La prossima volta che vado a Milano ci vado, al Duomo.
Questa l'ho scattata la primavera scorsa.
La capanna in sè è pittoresca, i turisti credono che le si costruisca apposta.
Invece sono gli ultimi resti di un mondo che viveva in funzione del suo mare, respirandone l'aria, toccandone la riva, aspettandone le maree.
La capanna in apparenza domina la scena con la sua fatiscente superbia. In cima alla duna di sabbia sembra una torre di canne, un castello d'erba.
Invece il vero protagonista della foto è quel manto ai suoi piedi nella duna in primo piano, un velluto di fiori minuscoli giallini e lilla, offensivi nella loro opulenza.
Crollerà la capanna, è sicuro.
Ma quei fiori questa primavera sono di nuovo lì.
Anche l'erba ha le sue maree.
Questi gigli crescono direttamente sulla sabbia, delicati come vetro di murano.
Non lo so in quanti altri posti succede una cosa simile.
Voglio dire, le spiagge sono spiagge, cosa mai può germogliare sulla sabbia?
E' un materiale grandemente sopravvalutato, in fondo sono solo sassi piccoli. Invece è tra questi sassi che cresce questa specie delicatissima di lilium selvatico, profumata in modo indegno, che sfida la corrosiva salsedine uscendone vincitrice.
L'ho scattata che tramontava. Ad un certo punto ho avuto l'impressione che il giglio si mettesse in posa.
Magari non è vero, certo che no. Però diamine, sembrava proprio.
Dimenticavo.
A coglierli si becca una fior di multa.
Ma io non l'ho mai nemmeno desiderato. Questo fiore è così snob che mi si seccherebbe in mano all'istante per puro senso di superiorità.
Cabras per me è più affascinante persino dei suoi incantevoli dintorni. Ha la seduzione del borgo marinaro fermo a cento anni fa, quel genere di paesaggio che vai a cercare con gli occhi proprio perchè non è mai cambiato.
A Cabras ne sono cambiate di cose in trent'anni. Ma la riva dello stagno è sempre il posto magico dove giocavo da bambina.
Se cammini sulla riva dello stagno ti rendi conto che la sabbia che i tuoi piedi calpestano è fatta di mille frammenti di conchiglia.
Un cimitero di madreperla sotto le scarpe.
Dicono sia lo stagno più grande d'Europa, con le sue 2000 are di estensione. Non ho mai misurato e non mi importa, non so perchè la gente deve sempre descrivere le cose con i numeri per poter dire di conoscerle. Quanto pesi, quanti anni hai, quanto sei alto.
Lo stagno è una cosa viva, descriverlo in numeri è un affronto alla sua anima profonda. Ha un canale a mare che i cabraresi chiamano "lo scolmatore", perchè un tempo serviva a farne defluire le acque che debordavano. Adesso impedisce allo stagno di morire, come una flebo costante.
La sua natura salmastra, meticcia, è un incontro tra due mondi d'acqua totalmente diversi, il mare e l'acqua chiusa. Per questo, se davvero questo posto ha un'anima, è quella di un bastardo. E' un ecosistema senza uguali. Ci crescono specie che mai in uno stagno normale potrebbero campare. Per esempio i muggini, variante locale del pessimo cefalo dell'adriatico, che qui diventano un pesce pregiato, dalle caratteristiche del tutto originali.
Il Comune lo ha scelto per simbolo. Qui lo si chiama "pisci e'iscatta", pesce squamoso.
Come se gli altri non avessero le squame.
Non ricordo più da quanto è che volevo aprirmi un blog fotografico sul Sinis.
Non credo sia per campanilismo, penso piuttosto che sia davvero uno dei posti più belli che abbia mai visto, indipendentemente dal fatto che ci sono nata. Ma immagino che lo dicano tutti, anche chi è nato a Cologno Monzese. A mio vantaggio posso dire che quelli di Cologno Monzese vengono in vacanza qui, mentre noi col cavolo che andiamo a Cologno Monzese. Vorrà pur dire qualcosa.
Non ci sono alberghi, a parte un 4 stelle decisamente fuori dalla mia portata. Ci sono però decine di Bed and Breakfast, per chi pensa che i viaggi siano fatti anche per conoscere la gente, non solo le spiagge e il cibo. A volte mi guardo intorno e penso che a me la gente basterebbe pure, per considerarla una vacanza. C'è gente speciale, qui da me. Sempre se sopporti il fatto che nel giro di tre giorni tutto il paese saprà tutto di te.
I migliori B&B di Cabras sono questi due: