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Il Sinis non è affatto solo mare. Anzi, è caratterizzato tanto dall'acqua che dalla terra.
E' uno strano terreno, non la grassa terra scura del Montiferru, ma un terriccio rossastro, calcareo, pietroso, tutto particolare.
Proprio per questo però fertile come pochi altri.
Vigne, cereali, pomodori, meloni, carciofi... olivi.
Questo scorcio l'ho scattata prima della pulizia di un oliveto, in piena estate, con l'erba alta e i papaveri a macchie.
La recinzione vegetale di fichi d'india che lo protegge, "sa crasura", è efficace più di una rete metallica per impedire l'accesso alle pecore al pascolo. Non all'uomo però. Nessuno di questi terreni privati è precluso al passaggio di chi non sia il padrone. Cercatori di asparagi selvatici e di cicoria, raccoglitori di fichi d'india o di fiori spontanei, semplici servitù di passaggio... tutti possono passare.
Il concetto di proprietà non fa rima con cancelli, muri e cani da guardia, qui.
Non fa rima nemmeno con "catasto dei terreni", a dire il vero.
La situazione dei terreni nel Sinis, a causa dell'uso antico e mai dismesso della permuta su accordo verbale o scrittura privata non registrata, è deliziosamente caotica.
Solo la gente sa di chi sono i terreni veramente. Gli uffici catastali non ne hanno che vaghe tracce. Mandano avvisi a presunti proprietari il cui avo lo ha da decenni permutato ad altri. Si vedono richiedere visure catastali da persone che non risultano essere i proprietari sulla carta...
La trovo meravigliosa questa terra che cammina e cambia, come i confini di una zolla tettonica che mutino continuamente assetto sulla base della semplice, antica, rituale parola d'accordo tra uomini.
E' un macello, chi dice di no.
Ma ha davvero importanza sapere di chi è la terra?
E' mia che ci raccolgo gli asparagi.
E' di chi la possiede al catasto.
E' di chi gliene ha data altra in cambio per avere quella.
E' nostra.

Questa è la Peschiera di Pontis, uno dei gioielli dell'economia storica di Cabras.
E' stata da poco restaurata con un gusto e un'attenzione che la fanno sembrare un villaggio turistico sui generis.
Invece è il prototipo della gestione organizzata della pesca del muggine.
Spero nessuno trovi offensivo il paragone, ma è strutturata come un lager per muggini.
Lo sbarramento che inserseca il canale è l'ingresso per quella che si chiama "camera della morte".
Ha una entrata a "V" che funziona come un imbuto nel senso della corrente verso il mare, aperta in modo da fare passare anche i pesci di grossa taglia che cercano di raggiungere le acque aperte. Ma finiscono in un cul de sac, da dove non riescono più a uscire perchè percorrere l'ingresso a "V" all'inverso è impossibile. I pesci di piccola taglia invece possono farlo liberamente, non sono loro la preda.
Da lì pescarli è un attimo.

Ci vado molto spesso, i pescatori tollerano le visite con pigra sufficienza, non capiscono che cosa ci sia di interessante da vedere qui.
Fumano le loro sigarette di tabacco trinciato lasciandomi libera di salire e scendere da tutte le strutture per fotografare le cose.
Pensano che sia una turista, perchè vengo a contemplare.
O sono io che do troppo valore a qualcosa che conta assai meno, o sono loro che hanno tra le mani la storia dei padri dei loro padri e non ne hanno consapevolezza.
In questo posto spira il tempo fermo delle cose cicliche, la sensazione che l'acqua scorra perchè deve farlo, il pesce entri perchè è proprio la sua natura lasciarsi imprigionare.
Solo l'uomo fatica a trovare posto. Probabilmente molti di loro cambierebbero lavoro, se ne sapessero fare uno diverso.