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A proposito di elementi religiosi nelle decorazioni delle facciate delle case, ecco il più tradizionale, ancora visibile in molte delle abitazioni del centro storico.
Si tratta di una piastrella solitamente di marmo, inserita significativamente sopra l'architrave della porta principale, che riporta la sigla J H S, Jesus Hominum Salvator. Nei rifacimenti finto-antico delle case moderne anche questo elemento è quasi del tutto scomparso, sostituito da elementi di illuminazione o fregi di altra natura.
In parte mi interrogo su questo, più per il senso di questa scomparsa che per il valore decorativo del simbolo, che in verità richiama qualcosa di funerario. E' un segno che qualcosa è cambiato nel respiro quotidiano della mia gente, nel modo in cui si alza e nell'ultima cosa che pensa prima di chiudere gli occhi.
E' vero, ci sono ancora le feste patronali e molti degli usi sociali sono ancora segnati da elementi religiosi evidenti. Ma è la scomparsa di questo piccolo particolare sulle case di nuova costruzione a farmi pensare che la mutazione vera sia altrove, radicata in ben altri posti che non il tragitto della corsa degli scalzi per San Salvatore. La stabilità di una casa non si giudica dal colore del muro di facciata, un muratore serio guarda prima gli architravi.


Facendo una passeggiata nelle vie del centro storico può capitare di vedere gioielli come questa facciata. La cornice della porta è antica di oltre un secolo e presenta una serie di motivi ornamentali incisi in una roccia calcarea piuttosto chiara. Il motivo tortile evoca colonnine barocche, alleggerite da motivi floreali. Sull'architrave dominano invece gli immancabili temi religiosi, dalla croce alla raffigurazione di immagini stilizzate di simboli cristiani, in segno di buonaugurio e invocazione di protezione.
Quella della presenza di motivi religiosi nei decori è una costante oggi in disuso: vengono mantenuti quasi tutti gli elementi decorativi tradizionali tranne proprio questo, pegno di una religiosità interpretata in tutte le cose di rilievo per la vita, casa compresa. La vita della comunità cabrarese fino a mezzo secolo fa era completamente ritmata dagli eventi di fede e dai rituali della religione cristiana. Persino nel saluto ho ricordo di questo: quando mia nonna incontrava le anziane amiche non c'era nessun buongiorno tra loro.
- Ave Maria, 'ommai Maria! (comare maria)
- Grazia Plena, 'ommai Rosina! (comare rosina)
- Sia lodau GesuCristu!
- Sempiri sia lodau!
Questa cosa non mancava mai di stupirmi. Oggi non mi stupisce più che ci potessimo allora salutare pregando, considerando che abitavamo in case come questa, segnate di fede in ogni stipite.


La Barbagia ha il cuore di granito, duro e lucente, dove il nero si alterna a striature chiare quasi saline per cristallinità. Nel sassarese domina il biancore del tufo, nel Montiferru e nel Barigadu la trachite e il basalto generano facciate rosse o nero opaco, severo. Verrebbe da dire che ogni pietra somiglia al popolo che la usa.
Dunque in cosa somigliamo all'arenaria, noi cabraresi? Troppo fragile per farci le case sul serio, è però molto bella per ornare, anche in facciate come questa, squadrata e minimalista, che cerca di combinare i disegni tradizionali con un rigore tutto moderno. E' una pietra buona per le apparenze, estremamente scenografica. Interpretazioni come questa la abbinano al ferro battuto, accostamento a mio avviso non molto felice. Il taglio sin troppo regolare dei fregi sugli architravi è una curiosa imitazione del decoro ornamentale tradizionale, una specie di parentesi graffa orizzontale.


I materiali con cui le case vengono realizzate sono quelli della moderna edilizia, ma le rifiniture prediligono sempre più spesso l'utilizzo di risorse naturali presenti sul territorio, in particolare arenaria (la pietra preferita) e basalto. Più raro il caso della trachite, una pietra policroma che non si trova in zona e appartiene di più alla tradizione architettonica di paesi come Fordongianus.
Il Sinis è pieno di arenaria: dai campi i contadini la spietrano continuamente, disossando la terra. Prima era utilizzata soprattutto per realizzare muretti a secco per la delimitazione di campi e proprietà. Solo negli ultimi quindici anni è stata rivalutata come elemento d'arredo decorativo.
E' una pietra fragile, si sbriciola facilmente e per questo si presta bene ad essere incisa con piccoli fregi non troppo precisi. A me piace perchè ha l'aspetto della sabbia, dorata e friabile, sempre calda. Purtroppo è anche sempre umida, la sua porosità la rende utile solo al decoro. Non è salubre usarla per la struttura, come si fa altrove con altre pietre meno permeabili.

Tra una casa di proprietà e una in affitto, per il sardo medio passa la stessa differenza che c'è tra la propria amata moglie e una concubina mantenuta per i bisogni più infimi. Pur di non pagare un affitto a terzi è capace di aspettare anni e anni per comprarsela, spesso rimandando le nozze. Nel paese di Cabras il mercato degli affitti riguarda principalmente le seconde case ed ha come destinatari i turisti, quasi mai la gente del posto.
L'architettura delle case di Cabras non è diversa da quella dei paesi del circondario: piano terra e al massimo un primo piano, onnipresente cortile, spazi tanto ampi da suscitare l'invidia sistematica di chi - in città come Milano o Roma - paga migliaia di euro per ogni centimetro quadro in più di edificato. Qui lo spazio non manca e nessuno usa la carenza di metratura domestica per giustificare il fatto di fare un figlio solo.
I colori delle facciate sono decisi da delibere comunali e dovrebbero rientrare nell'ampia gamma calda dei colori della terra. Quasi sempre gli abitanti li rispettano (generando armonie come le case delle foto che ho fotografato ieri verso le 20), salvo qualche deprecabile svarione cromatico che genera veri e propri pugni in un occhio, mai adeguatamente sanzionati.


La foto in alto non è mia. Le seguenti sì.
I fenicotteri rosa non sono una particolarità di Cabras, nonostante gli abitanti ne siano in gran parte convinti. In realtà in Sardegna il fenicottero rosa sverna in almeno cinque località (Cabras, Santa Giusta, Putzu Idu, Posada e Molentargius) e nidifica sicuramente almeno in due, nessuna delle quali è lo stagno di Cabras.
Non è nemmeno il posto in cui si vedono meglio; è molto raro trovarli vicino alla riva, evento invece pressochè costante a Molentargius, lungo tutto il lato destro della trafficatissima strada che collega Cagliari a Pula. I fenicotteri cagliaritani non hanno paura di niente nonostante le macchine e i mezzi pesanti li sfiorino a tutte le ore del giorno; i nostri invece sono guardinghi anche nella solitudine del Sinis, non tollerano la minima confidenza.
La colorazione rosa dicono sia dovuta alla dieta, costituita da un certo gamberetto rosato. In realtà la spiegazione mi convince solo in parte, perchè questi fenicotteri - a differenza di quelli della Florida - non sono uniformente rosa, ma solo sotto le ali e nelle zampe. Se fosse vero che la cosa dipende dalla dieta, perchè non sono tutti rosa? E il nero a quale parte della dieta è attribuibile?
Un'altra cosa che non mi convince è il nome antico che viene attribuito in sardo ai fenicotteri. Parrebbe essere "gent'arrubia", gente rossa. A Cabras però mi risulta che siano sempre stati chiamati "mangonis", nome molto meno poetico, diventato - per estensione del senso - sinonimo generico di creatura dalle lunghe estremità, anche quando si tratta di umani.

In passato erano cacciati, ma non venivano mangiati.
In qualche casa può capitare di vederne qualcuno impagliato ornare lugubremente il salotto buono, sempre per lo stesso ragionamento fatto a proposito di Su Tingiosu, ovvero che le cose belle sono tali specialmente quando sono di mia proprietà.
Se si ha la fortuna di scorgerli a pochi metri dalla riva è sempre prudente accostarsi molto lentamente, senza movimenti bruschi, e mai in nessun caso lanciare sassi o altri oggetti verso lo stagno con la speranza di suscitare un volo da fotografare. Infatti il fenicottero ha necessità di un minimo di rincorsa per spiccare il volo. Ma se viene spaventato si raggruppa con i compagni in maniera convulsa e disordinata, rischiando fratture ai fragilissimi arti inferiori.
La morte di un fenicottero ferito è uno spettacolo che non fa parte del corso naturale delle cose.

Queste foto, scattate all'orario di luce peggiore, sono un poco riuscito tentativo di riprenderli senza che se ne accorgano. Illusa più che mai: mi hanno fiutata da centinaia di metri, muovendosi furtivi verso il centro della laguna.

A Mari Ermi tra la strada e il mare c'è una depressione nel terreno, tanto profonda da andare sotto il livello del mare. In quella pozza naturale l'acqua affiora nei mesi invernali, dando vita a saline improvvisate, pronte a morire al primo sole convinto.
Ogni duecendo metri c'è un ponte di legno permettere alla gente di arrivare alla spiaggia senza guadare le acque limacciose.
Adesso che il caldo perdona sempre meno, le rive della pozza si contraggono rivelando incrostazioni saline sempre più vistose; non sono oggetto di raccolta di alcun tipo, a differenza del prodotto di altre saline nei pressi (Sale Porcus, per esempio).
Questo posto non ha davvero nulla di prevedibile, il terreno si alza e si abbasso a piacimento, i colori si alternano senza sfumature, a macchie nette come tagliate con l'arresoja, il coltello tradizionale sardo. Dubito che questa salina indecisa finirà mai in qualche cartolina, ma a me piace riportarla qui, come un attore non protagonista dello stesso film dove le stelle danno la migliore prova di sè stesse anche grazie a questa spalla.

Man mano che la primavera cede il passo all'estate, i campi nei Sinis assumono la colorazione tipica del grano maturo. Ma la macchia resiste ancora verde brillante nonostante la canicola, creando contrasti cromatici molto netti.
Questa foto è scattata tra Porto Suedda e Mari Ermi e mette in luce questa contrapposizione in maniera chiara. La capanna sembra indecisa su da che parte stare. In realtà, costruita con falasco reciso, la costruzione deve la sua struttura ai cespugli ancora verdi in primo piano.
Un tempo ce ne erano decine, di capanne. Sorgevano abusive, senza servizi igienici, adibite a rudimentali seconde case per vacanze, una sorta di villaggio turistico locale.
Se sia stato un bene abbatterle o meno, non lo giudico. Erano pericolose, anti-igieniche, usate a sproposito per affittarle ai turisti a prezzi esorbitanti. Però io le avrei regolamentate, anzichè farle sparire quasi totalmente dal paesaggio di cui erano divenute parte distintiva.
Avevo quattordici anni quando nel 1986 ne bruciarono 21 una di fila all'altra come zolfanelli, in un incendio scoppiato per una scintilla da una cucina a gas.
Anche un fazioso può riconoscere che da quel giorno San Giovanni ha cominciato lentamente a morire, turisticamente parlando, privato di alternative valide per trattenere il flusso turistico.
Qualcuna ancora resiste in piedi, reliquia di un tempo trascorso.
Mari Ermi è più bella di Is Arutas.
Ecco, l'ho detto.
E' molto più bella.
Più ampia, con una quantità di sabbia di quarzo molto maggiore, meglio esposta, con fondali più sicuri e bassi.

E secondo me è per questo che l'amministrazione comunale non la indica nella cartellonistica delle spiagge. Partendo da Cabras il nome di questo posto non appare mai se non quando si arriva esattamente all'incrocio per arrivarci, che però viene dopo tutte le svolte delle alte spiagge.
E' la classica "ultima spiaggia", insomma. Un segreto molto ben mantenuto.
Mentre Is Arutas si logora della sua stessa fama e ogni anno deve essere protetta con provvedimenti sempre più draconiani (numero chiuso, entrare solo scalzi perchè la sabbia non venga asportata con le scarpe), Mari Ermi resiste e fors'anche prospera, nel suo eremo di quarzite fuori mano.

Se chiedi a un cabrarese dove sia Porto Suedda ti risponde che è "una spiaggia che sta esattamente tra Mari Ermi e su Tingiosu".
E tutti ci tengono a dire: "esattamente", quasi fosse una constatazione matematica.
E' bellissimo come trovino ovvia questa toponomastica che di esatto non ha assolutamente niente.
Le cose infatti stanno diversamente:
c'è una spiaggia della quale nessun cartello indica il nome. Arrivarci è puro caso fortuito.
Se per caso prosegui a piedi nell'unica direzione percorribile, dopo qualche centinaio di metri trovi delle barche di pescatori ormeggiate in riva.
Se fai altri trecento metri trovi la scogliera.
Tutto senza soluzione di continuità.
Ma loro dicono "esattamente".
Su cosa dunque è basato il concetto di esattezza che permette a un cabrarese di dire dove comincia Porto Suedda e dove finisce Mari Ermi?
Semplicemente "è uno del posto".
Io sono di questo posto. Non vengo da (moto da luogo). O vivo in (stato in luogo).
Essere di è tutta un'altra grammatica, siamo nel campo degli aggettivi possessivi.
Significa che questo posto ha una rivendicazione proprietaria su di me.
E questo mi da il diritto di dargli questi nomignoli confidenziali che sfido un estraneo a pronunciare perfettamente: "Is Caogheddas". "Pottu 'e Suedda". "Mar'e Brenti"... nomi per gente che ha confidenza, come quegli appellativi un pò sciocchi e imbarazzanti che ci si affibbia tra fidanzati.
Questa foto è esattamente Porto Suedda.

Il grano acerbo è uno spettacolo imperdibile, quando il vento lo accarezza e lo fa flettere ai suoi capricci.
Basterebbe cogliere quell'onda morbida in uno scatto perfetto per capire perchè lo si può guardare per ore.
Io lo faccio, ma con ritegno.
Sembra la carezza di una mano sul pelo di un gatto nervoso, qualcosa di sottilmente sensuale, privato.
E invece il grano non basta.
In mezzo ci sono tesori impensabili, fiori spontanei dai nomi pittoreschi ed evocativi.
Questo in sardo si chiama "pizz' e caboni", cresta di gallo.
E' un gladiolo selvatico, svettante e solitario, che imita in malo modo l'onda del grano verde, restìo a chinarsi al vento con la medesima umiltà.
Sarà che sono un'amante dei fiori spontanei, ma alcuni sono di una regalità che gareggia senza sudditanze con quelli di serra.
Questo ne è un esempio.
Non l'ho colto, il grano se ne adornava così bene che casa mia non avrebbe saputo fare altrettanto.

Su Tingiosu è una perla di cui i primi a non intuire il valore sono proprio i cabraresi.
Questo posto di silenzio, dominio assoluto del vento odoroso di erica e rosmarino, ha un handicap imperdonabile agli occhi medi del turista della domenica, anche locale: non ha una spiaggia.
Questa mancanza lo rende un posto non appetibile, il che in un certo senso è la sua fortuna.
Non oso immaginare cosa diventerebbe se fosse possibile arrivarci agevolmente o peggio, persino edificarci.
Ne parlavo con un compaesano decantandone la bellezza, ma lui ha liquidato me e la scogliera con un lapidario: "sì, ma dopo che ci sei arrivato su, che cosa fai? Non c'è neanche una spiaggia..."
Infatti non c'è. Ma se voglio spiagge, ce ne sono per 30 km.
Se sono arrivata sin qui, è evidente che non cercavo una spiaggia.
Cercavo forse un condominio di uccelli senza nome, liberi come il vento che fa loro compagnia sul dirupo.
Magari cercavo la prospettiva delle trasparenze dei fondali visti da 30 metri, scorcio altrove non godibile.
O magari mi dilettavo a frugare tra i profumi intensi della macchia, quella che sulla spiaggia non cresce, riempiendomi gli occhi di piccoli fiordalisi, di viole ciocche spontanee, di bottondoro splendenti come piccoli soli...
Poi arriva la frase definitiva, quella che mi fa capire che è molto meglio che Su Tingiosu resti un luogo inaccessibile:
"Certo, se uno si potesse fare la casa lì..."
Ah, come ho fatto a non pensarci. La casa qui.
Venirci a qualunque ora a vedere lo spettacolo "non è niente di speciale".
invece aprirci la persiana di casa direttamente sopra varrebbe la pena, perchè se è di tutti, non vale nulla, ma se è mio e basta... se ne può discutere.
E' inutile, non capirò mai la logica di chi, vedendo una cosa che incanta, anzichè dire "che bella!" pensa subito "la voglio tutta per me!".
Io voglio che Su Tingiosu resti tutto per sè.


La più banale delle inquadrature prevede uno scatto alla città di Tharros, che se non fosse per le due colonne che svettano, avrebbe il fascino di una cava dismessa, tanto è poco quello che rimane di distinguibile della sua struttura originaria.
Le due colonne peraltro non sono originali, ma sono state costruite per sostenere i capitelli, quelli sì autentici, continuamente preda delle mani avide e distruttive dei turisti che li scambiavano per dei gratta-e-vinci. Ma grattando via il fregio di uno di questi reperti non vinci nulla, peccato per chi lo realizza dopo averlo fatto.
Attualmente la zona archeologica è gestita con un certo criterio da una cooperativa del posto che la tutela con attenzione, cosa un pò ironica, ora che da tutelare non è rimasto molto. Infatti, se non si viene accompagnati da una delle guide, non si capisce assolutamente nulla di quello che si vede, tanto è incerta la logistica della città fantasma. Molti di questi massi squadrati sono divenuti gradini di porte di ingresso, pietre per sedersi lungo le stradine dei paesi vicini, fioriere pittoresche. Non me la sento di dire che mi dispiace, onestamente. Li trovo assai meglio utilizzati che lasciati a cuocere al sole sotto gli occhi porcini e i cappelli di cotone bianco dei pensionati stoici che cercano troppo tardi lo status di "turista di cultura".
Se poi non si hanno di quelle fisime e ci si accontenta ignorantemente di vedere lo straordinario paesaggio, di immaginare la vita che scorreva qui venticinque secoli fa, qualunque fosse, di rimirare le due torri aragonesi che si stagliano su punti diversi dell'istmo o i papaveri che bivaccano transitoriamente tra i sassi, allora si possono anche risparmiare i soldi della guida.

I ponti a Cabras sono numerosissimi. Non capisco perchè non lo chiamino il paese dei ponti.
Ci sono molti nomi per distinguerli, i ponti di questa foto si chiamano con un diminutivo: "i ponticelli".
Sono sicuramente il punto da cui si gode la vista migliore dei canali e delle specie ornitologiche che li popolano, ma la loro conformazione li designa come luoghi di transito, non come dei belvedere.
Sostanzialmente sono quindi dei "non luoghi", posti dove non si va, ma che si usano per andare altrove.
Si parla tanto male dei non luoghi: le stazioni, i centri commerciali, gli aereoporti...
Se ne parla come della nuova dimensione della solitudine umana, i posti dove l'essere soli si mischia alla circostanza di essere in tanti.
Da questo punto di vista, questi ponti sono dei "non luoghi" atipici, non ci sono le folle a farti sentire più solo.
Al contrario, ci vai convinto di essere solo e fai gli incontri più strampalati, con flora in tripudio, con fauna sfrontata o con quella specie in via di estinzione che è il turista attento, quello che sa cogliere l'importanza di uno scorcio che non figura su nessuna guida, nè figurerà.
E' uno spazio di transito che può rendere la partenza e l'arrivo piuttosto relativi.

I contrasti governano, a Su Tingiosu.
Nella scogliera si intravedono piccoli anfratti, grotte naturali, probabilmente qualche minuscola caletta per i fortunati che possono arrivarci in barca a remi o in canoa.
Le rocce sono di un candore abbagliante, la spiaggia è coperta da ciottoli levigatissimi, alcuni in quarzite pura grandi come uova.
Invece la sabbia sotto è dello stesso colore rossiccio della roccia sovrastante e questo genera un abbinamento cromatico talmente perfetto da sembrare irreale.
I campi coltivati arrivano a venti metri dalla riva, perchè la terra rossa e fertile si protende fin quasi alla spiaggia.
Nella stessa foto presa da più lontano questo curioso contrasto è molto evidente.


Sulla sommità della scogliera di Su Tingiosu crescono opulenti i cespugli di rosmarino e di erica, molto spesso intrecciati come questo della foto.
Quando l'ho scattata erano circa le venti, l'aria era densa degli odori balsamici di queste due erbe combinate.
L'erica in particolare è molto sottovalutata, ha un sentore amabilissimo, ma non ho mai sentito che la si usasse per scopi alimentari. Magari è velenosa, non so. Ma di certo l'odore è stupendo. Ha le foglioline ricoperte da una peluria grigia lievissima, che gli da la caratteristica colorazione chiara, così ben distinguibile dal verde brillante del rosmarino.
Sulla sommità della scogliera c'è pochissima terra, subito si trova la roccia. Le radici degli arbusti sono quindi costrette a scorrere lungo la superficie, a volte sporgendo visibilmente, altre volte sbagliando strada, come questa che ho fotografato: si protende sullo strapiombo come una mano pronta a ghermire.
Sotto si intravede la superficie dell'acqua solcata dalle piccolissime onde create dalla brezza serale.
Un posto meditativo, dove andare con una sedia per riconciliarsi con il silenzio.

Il Comune di Cabras ha 35 km di costa e non tutti sono spiagge.
Un piccolo tratto di questa costa è costituito da un gioiello geologico di bellezza straordinaria: la scogliera di Su Tingiosu.
Per anni ne ho ignorato l'esistenza.
Ne sentivo parlare, ma non sapevo con esattezza dove fosse.
Ieri mi sono presa lo sfizio di cercarla, cosa a dire il vero non facile, visto che non esiste alcuna segnalazione e nemmeno una strada che vi ci conduca. C'è una via di terra battuta, ma non oso pensare a cosa diventa quando piove. Anche con il bel tempo ho rischiato di rimetterci la coppa dell'olio.
Però valeva la pena, decisamente.
La scogliera è altissima, lungo lo strapiombo nidifica una non meglio identificata specie di uccello acquatico, un piccolo volatile nero che ho osservato in gran numero.
Osservarla dal mare deve essere splendido, questa estate sono intenzionata a noleggiare una barca per vederla da quella prospettiva. Inutile dire che l'acqua che lambisce la scogliera è offensivamente trasparente, del solito colore senza nome. Mi hanno detto che è la particolare concentrazione di sali che permette quella rifrazione, non c'entra nulla nè il cielo nè il fondale.
Per avere idea di quanto è bella questa scogliera, è interessante fare un piccolo confronto con le altre scogliere famose del mondo, che ho trovato su questo sito: http://www.ladonnadelmare.com/new_page_29.htm
Niente da invidiare.

Tornando giù dal Capo, la Torre che prima si vedeva sullo stesso piano dello sguardo adesso torna alla sua prospettiva naturale, giganteggiando la spiaggia e anche te che ci passeggi.
Questa foto l'ho scattata al tramonto di un giorno d'estate.
La sabbia finissima reca le tracce dei mille piedi che l'hanno calpestata, ma l'indomani mattina sarà nuovamente seta in grani, pronta a farsi ancora imprimere.
La sabbia mi da il senso delle proporzioni.
Mi illude con una malleabilità disprezzabile, fintamente sottomessa si lascia tracciare.
Ma quel segno così effimero sembra dirti che dopottutto non c'è nulla di così importante da meritare di durare più del tempo necessario a cancellarsi.
Hai passato la più bella giornata della tua vita qui? Il giorno peggiore? Il primo bacio? L'addio non previsto?
Bene.
Domani la sabbia non se ne ricorderà.
In un mondo in cui tutti spendono fortune in botulino per sembrare eterni, in cui si sbandiera l'aspettativa di vita come una conquista da portare sempre più avanti, la sabbia sembra dire che i cinque anni in più che vivrai o i dieci in meno che dimostrerai sono un compromesso da poveri.
Non è l'istante che ti regala l'eternità.
E' la consapevolezza che ne hai.
Senza quella consapevolezza, hai solo del tempo in più per essere effimero.
Come le orme sulla sabbia.
E' il regno delle tartarughe.
La testuggine di terra qui trova il suo habitat ideale.
Almeno così dicono i libri, ma deve essere vero, perchè vederne non è una rarità.
Con il suo carapace a scacchi chiaro-scuri si muove lenta nel sottomacchia, battendo sui ciottoli con le unghie dure delle zampe sgraziate.
Personalmente non capisco come le tarturughe possano mangiare le foglie dure e amarognole che ornano questi arbusti intricatissimi.
Quella che avevo da bambina in casa era così viziata che se l'insalata non era fresca di giornata mi voltava le spalle sdegnata e preferiva un signorile digiuno.
Tra il rosmarino e le palme nane fanno la tana anche le lepri e i loro predatori, le volpi. Non si contano le specie di rapaci che vengono a pasteggiare qui, fregandosene altamente del divieto di caccia imposto agli umani.
Verso sera le lepri sono così numerose che non è difficile vederne qualcuna saltare al di sopra della linea dei cespugli bassi, come un ago impazzito che rammendi a casaccio un tessuto stramato.
Fotografarle è pura fantascienza, è già molto se riesci a respirare nell'attimo in cui le vedi.
Questa vista si gode facendo a piedi il giro di Capo San Marco, una passeggiata di circa due ore e mezzo.
Dopo mesi di lavoro passati a contare i minuti da farsi retribuire, trovo che "buttare" un pomeriggio a fare una passeggiata tanto lunga senza meta sia un atto di noncuranza quasi regale.
Una principesca spreconeria da silenzioso parvenu.
La vendetta del "tempo perso" su tutti i cartellini timbrati del mondo.
"Cosa hai fatto questo pomeriggio?"
"Mah... niente... camminato."
E tenetevi il segreto.
L'acqua è di una trasparenza tale che i sassi si distinguono uno a uno.
Un tempo questo posto era tutto zona militare, per via del Faro. E' pieno di fortini di appostamento, residuati bellici che si mischiano ai resti delle tombe puniche e alla prepotente macchia mediterranea che fa di tutte le Storie un eterno presente: il suo. Tutto è terra buona per crescerci.
Tra questi scogli un tempo erano numerose le granceole, crostacei prelibati in tutto simili ai mostri marini che una parte di te sa che da qualche parte devono esistere, insieme al mostro di lochness e al calamaro gigante. La zuppa di granceola è un piatto da re, ma oggi mangiarla può costare molto caro, prima di tutto al ristoratore. Infatti in questa zona, denominata "a protezione totale", è vietato persino fare il bagno, figurarsi pescare.
In sardo la granceola si chiama "craba manìa", capra marina, a causa delle escrescenze cornee sul carapace.

Non chiedetela. Se ve la servono, molto probabilmente arriva da altri mari.
Il che non esclude che ve la passino comunque per nostrana per presentarvi un conto folkloristico.
Anche questo, ahimè, è Sardegna.
(la foto della granceola non è mia)
Il Sinis non è affatto solo mare. Anzi, è caratterizzato tanto dall'acqua che dalla terra.
E' uno strano terreno, non la grassa terra scura del Montiferru, ma un terriccio rossastro, calcareo, pietroso, tutto particolare.
Proprio per questo però fertile come pochi altri.
Vigne, cereali, pomodori, meloni, carciofi... olivi.
Questo scorcio l'ho scattata prima della pulizia di un oliveto, in piena estate, con l'erba alta e i papaveri a macchie.
La recinzione vegetale di fichi d'india che lo protegge, "sa crasura", è efficace più di una rete metallica per impedire l'accesso alle pecore al pascolo. Non all'uomo però. Nessuno di questi terreni privati è precluso al passaggio di chi non sia il padrone. Cercatori di asparagi selvatici e di cicoria, raccoglitori di fichi d'india o di fiori spontanei, semplici servitù di passaggio... tutti possono passare.
Il concetto di proprietà non fa rima con cancelli, muri e cani da guardia, qui.
Non fa rima nemmeno con "catasto dei terreni", a dire il vero.
La situazione dei terreni nel Sinis, a causa dell'uso antico e mai dismesso della permuta su accordo verbale o scrittura privata non registrata, è deliziosamente caotica.
Solo la gente sa di chi sono i terreni veramente. Gli uffici catastali non ne hanno che vaghe tracce. Mandano avvisi a presunti proprietari il cui avo lo ha da decenni permutato ad altri. Si vedono richiedere visure catastali da persone che non risultano essere i proprietari sulla carta...
La trovo meravigliosa questa terra che cammina e cambia, come i confini di una zolla tettonica che mutino continuamente assetto sulla base della semplice, antica, rituale parola d'accordo tra uomini.
E' un macello, chi dice di no.
Ma ha davvero importanza sapere di chi è la terra?
E' mia che ci raccolgo gli asparagi.
E' di chi la possiede al catasto.
E' di chi gliene ha data altra in cambio per avere quella.
E' nostra.

Questa è la Peschiera di Pontis, uno dei gioielli dell'economia storica di Cabras.
E' stata da poco restaurata con un gusto e un'attenzione che la fanno sembrare un villaggio turistico sui generis.
Invece è il prototipo della gestione organizzata della pesca del muggine.
Spero nessuno trovi offensivo il paragone, ma è strutturata come un lager per muggini.
Lo sbarramento che inserseca il canale è l'ingresso per quella che si chiama "camera della morte".
Ha una entrata a "V" che funziona come un imbuto nel senso della corrente verso il mare, aperta in modo da fare passare anche i pesci di grossa taglia che cercano di raggiungere le acque aperte. Ma finiscono in un cul de sac, da dove non riescono più a uscire perchè percorrere l'ingresso a "V" all'inverso è impossibile. I pesci di piccola taglia invece possono farlo liberamente, non sono loro la preda.
Da lì pescarli è un attimo.

Ci vado molto spesso, i pescatori tollerano le visite con pigra sufficienza, non capiscono che cosa ci sia di interessante da vedere qui.
Fumano le loro sigarette di tabacco trinciato lasciandomi libera di salire e scendere da tutte le strutture per fotografare le cose.
Pensano che sia una turista, perchè vengo a contemplare.
O sono io che do troppo valore a qualcosa che conta assai meno, o sono loro che hanno tra le mani la storia dei padri dei loro padri e non ne hanno consapevolezza.
In questo posto spira il tempo fermo delle cose cicliche, la sensazione che l'acqua scorra perchè deve farlo, il pesce entri perchè è proprio la sua natura lasciarsi imprigionare.
Solo l'uomo fatica a trovare posto. Probabilmente molti di loro cambierebbero lavoro, se ne sapessero fare uno diverso.

Questa anziana donna non si è neppure accorta di me.
Non è infrequente per le vie di Cabras vedere figure di donna abbigliate "a s'antiga" - alla maniera antica - anche in piena estate.
E' surreale il contrasto tra lo stop impresso a terra e quella lana nera, quelle pieghe di gonna e di donna, fermate nello stesso istante e nella stessa posa in cui sarebbero potute essere - identiche - cento anni fa.
Ci sono anche le ragazzette in minigonna e piercing, certo. Ma queste due realtà sono intrecciate, camminano accanto.
Una è più lenta, resterà indietro e forse è normale che sia così.
Allora questa donna con il suo fagotto a quadretti che porta chissà quale misteriosa leccornia mi mancherà.
Che gran voglia di dire STOP...

Questa lingua di terra, strutturata come una goccia d'acqua pronta a staccarsi da una foglia, è la penisola di Capo San Marco.
L'istmo di terra divide il golfo chiuso (a sinistra) dal mare aperto che guarda alla Spagna (a destra).
I cabraresi li distinguono come "mare morto" e "mare vivo". La caratteristica del braccio di mare interno è infatti quella di essere sempre calmo.
E' estremamente suggestivo quando l'altro lato è preda dei marosi, fa un contrasto affascinante.
Queste spiagge possono essere raggiunte solo a piedi e qualcuna addirittura solo in barca. Anche in pieno agosto non è difficile trovarle quasi vuote.
Il lato del mare morto non ha quasi sabbia, è molto roccioso. Ma proprio per questo, a discapito del nome, pullula di vita a tutte le ore.
La limpidezza dell'acqua e le sabbie del fondale, vellutate e uniformi, rendono facile osservare la vita di molte specie di molluschi e crostacei, anche a senza immergersi.
Una delle cose più interessanti è la vita segreta dei paguri, i piccoli crostacei che vivono occupando i gusci vuoti delle conchiglie altrui.
Per tutto il giorno i paguri vagano per i fondali, a caccia di cibo o conchiglie più robuste.
Ma al calare del sole, nel tardo pomeriggio, tornano alle rocce della riva con un controesodo tanto numeroso quanto sconosciuto. A migliaia li vedi seguire sotto il pelo dell'acqua le rotte misteriose verso la riva, lenti e inesorabili, tutti con lo stesso ritmo.
Un esercito composto. Sentono che sta per calare la notte.
Un altro momento appassionante è quando sono in cerca di un'altra dimora.
Adoro diventare agente immobiliare dei paguri. Un paguro non si lascia mai sfuggire una conchiglia vuota, non fosse altro che per accertarsi che la sua è meglio.
Ne raccolgo alcune e poi le lascio cadere nei pressi di un paguro in moto. All'inizio gli gira attorno, controlla che non abbia difetti. Se gli piace, se la misura. E' un attimo rapidissimo, perchè la bestiola sa che priva di guscio è del tutto indifesa, non fosse altro che per un istante. Se la conchiglia nuova è robusta e non è più pesante, abbandona la vecchia e se ne va con il nuovo appartamento.
Mi sento soddisfattissima.

foto di due sabbie diverse: la prima è il quarzo di Is Arutas, la seconda è quella fatta tutta di conchiglie sulla riva dello stagno.

La sabbia di ogni spiaggia del Sinis è diversa, per colore, consistenza e composizione. Alcune sono sottili come polvere grigia e lucente, micronizzate dal tempo e dal logorio dei grani. Altre sono rossicce, argillose, che non si asciugano mai. Altre ancora sono preziose, di quarzi colorati, sempre fredde.

E' la riva dello stagno davanti alla piazza principale.
Questo materiale bianco non è sabbia, sono conchiglie. Sotto i piedi sono croccanti, calpestarle ha qualcosa di sacrilego, come camminare su un ossario.
Ovviamente i pescatori non ci trovano nulla di sacrilego. E' un fenomeno naturale, sono io che mi faccio i film in testa.
Prima di scattare questa foto mi sono seduta sulla riva e ho guardato verso il centro dello stagno.
Almeno quello che penso sia il centro, in realtà non essendo regolare nella sua conformazione è un centro convenzionale.
Vedi i pesci guizzare fuori temerari, in sfregio ai cormorani.
Mai capito dove stia la funzione di guizzare fuori dall'acqua. Forse non ce n'è alcuna, il pesce vuole solo giocare.
Su questo lato dello stagno io ci sono cresciuta.
E' lì che ho imparato a nuotare, che ho messo il vischio sui rami dei canneti per prendere i passeri, che mi sono nascosta sotto le barche rovesciate in secca quando si giocava a nascondino, respirando la salsedine dal terreno umido. E' li che ho nascosto i biscotti negli anfratti di un muro, facendone il mio quartiere generale nella guerra tra bande di bimbi per il possesso del territorio di gioco.
Solo oggi mi accorgo che questo posto non è mai stato nostro. Siamo noi ad appartenergli.

Questa foto mi fa impazzire.
Trovo che il contrasto tra il blu cobalto dell'angolo alto a sinistra sia un bilanciamento perfetto del verde pieno dell'angolo basso a destra.
Quello che invece si nota poco sono le infiorescenze degli asfodeli. Metterò magari un dettaglio.
L'asfodelo è una pianta veramente illogica.
E' un normalissimo cespuglio verde, poco più alto di trenta centimetri, del tutto anonimo.
Poi in questo periodo tira fuori un lunghissimo fusto anomalo, che non ha nulla a che fare con il resto della pianta. Su questo stelo legnoso scoppia una infiorescenza di corolle bianco-rosate che svetta su tutto il resto della flora circostante.
Lo confesso, ha qualcosa di fallico.
Non per la forma, ma per l'incongruenza, l'effetto posticcio di una cosa messa lì, in apparenza disarmonica.
Devo studiarmelo bene, detesto non capire le logiche altrui.

Lungo la costa del Sinis ci sono diversi punti rocciosi che presentano una conformazione squadrata, evidentemente non naturale.
Erano cave di arenaria.
Sono affascinanti, perchè quando l'uomo le ha abbandonate dopo aver ridotto la roccia al livello del mare, il mare se le è riprese con forza.
I tagli della roccia sono diventati nidi di attinie, tane di ricci marini, dominio di granchi e della misteriosa flora che fa della roccia il suo terreno di coltura.
Da bambina ci giocavo per ore, mia madre trovava che fosse meno pericoloso dell'acqua alta.
Non direi.
Un bambino si può perdere facilmente nel mondo segreto di queste cave, diventando padrone di regni invisibili agli adulti, fatti di mostri marini e di piantine urticanti, di granchi giganti che mordono le dita e di pesci troppo rapidi per diventare davvero tuoi.
Rivoglio la mia cava.

Cabras non è solo circondata dall'acqua. E' anche attraversata.
I canali si intersecano in un'area particolare del centro storico, non a caso chiamata "Veneziedda", piccola Venezia.
Però, mentre a Venezia i canali sono strade allagate, percorsi studiati e resi parte integrante della città, a Cabras il canale non ha nulla di domestico.
E' una entità che si intreccia all'urbanistica in modo indipendente, definendone i confini senza divenirne parte.
I canali non sono strade, sono mondi confinanti.
Non fanno parte del paese, sono un altro paese.
Il velo discreto del canneto rivela una vita alternativa, di creature che hanno imparato apparentemente a convivere con i suoni urbani delle auto e delle voci. Ma se fermi l'auto, se taci un istante, se fai solo un passo verso la riva... ecco che tutto cambia!
Gli uccelli si sollevano in volo, il loro canto cessa, il mondo che sembrava integrato diventa un muro di diffidenza.
Il canale ci tollera a malapena.

Qualcuno mi ha fatto notare che i cormorani, nella versione precedente di questa foto, si vedevano poco.
Ecco un ingrandimento del dettaglio, che dettaglio non è affatto.
Sembrano una fila di suorine che vanno a prendere la comunione.
Non lo so perchè mi inquietano gli animali che si organizzano in gruppi.
Mi viene da pensare che non sia poi così scontata la questione delle cose fatte per istinto.
Sarà pure vero, ma a me questa squadriglia di lottatori alati mi fa pensare a qualcosa di studiato, di coordinato.